Intervista tradotta: Jason Isaacs sul nuovo, potente film drammatico “Mass”

Cercando di essere vero
   

Articolo originale di Kyle Mullin, pubblicato il 6 ottobre 2021. Ci limitiamo a tradurre il testo per facilitare il pubblico italiano. Tutti i diritti appartengono ai rispettivi proprietari. Siamo disponibili a rimuovere questa nota qualora gli aventi diritto la ritengano lesiva.



Jason Isaacs e gli altri coprotagonisti – Martha Plimpton, Reed Birney e Ann Dowd – stanno ricevendo alcune delle migliori recensioni della loro carriera per Mass, ma l’attore caratterista inglese dubitava che il film potesse avere successo. Questo perché l’autore e regista Fran Kranz ha consegnato loro una sceneggiatura spaventosamente intensa, che parla di due coppie di genitori impegnati a discutere di come uno dei loro figli abbia ucciso l’altro. Inoltre la tecnica dell’esordiente regista è stata molto sottile: un set ridotto all’osso che ospita una storia cupa e fondata sui dialoghi.

Isaacs ricorda di aver pensato: “Dubito che che ne verrà fuori un qualsiasi genere di film. Non credo che gli spettatori potrebbero sperimentare qualcosa di quello che Martha, Reed, Ann e io abbiamo passato”. L’attore ha provato nuovamente un senso di catarsi viscerale ad una recente proiezione del film, che ha ottenuto recensioni entusiaste al Sundance e sta suscitando attesa per la sua prossima uscita al cinema l’8 ottobre.

In una recente intervista telefonica, Isaacs ci ha parlato del valore del guardare un dramma intimista come questo al cinema, nonostante i predominanti blockbuster troppo spesso marginalizzino le piccole produzioni; delle sfide e delle soddisfazioni portate dall’intenso soggetto di Mass; di come sia stato lavorare a questo piccolo ma potente film rispetto ai ruoli in franchise di primo piano come Harry Potter e Star Trek; e molto altro.

Kyle Mullin (Under the Radar): Guardare Mass ieri sera mi ha fatto pensare a quanto sia variegata la tua carriera, che va da ruoli in franchise ad alto budget come Harry Potter e Star Trek a questo nuovo dramma minimalista basato sui personaggi. Come ti fa sentire questo contrasto? Grato, emozionato?            

Jason Isaacs: In alcuni momenti della mia vita mi sento grato, in altri no, relativamente a ogni genere di cose. In un certo senso è di questo che parla il film. Ma finché i miei figli sono ben nutriti e vestiti, non mi importa granché se il progetto è piccolo o gigantesco. Mi limito a pensare: “Qual è la storia che sto raccontando? Chi è la persona nei cui panni mi sto muovendo? Cosa ne riceverà il pubblico?”

Poi leggo questo copione e penso: “Gesù, questa storia parla di persone le cui vite sono state distrutte dall’odio e dal risentimento. E di come si stiano ancora macerando nel rancore verso persone che non conoscono nemmeno.”

Sapevo già di questi incontri, che gli incontri di “giustizia riparatrice” vengono organizzati davvero, e che la Commissione Sudafricana per la Verità e la Riconciliazione sta realizzando queste cose in Sudafrica. E morivo dalla voglia di capire come funzionano. Come membro del pubblico, volevo sapere cosa succede dietro queste porte chiuse. Poi ho saputo, appunto, che il film parlava di questo, e quando ho letto il copione mi sono subito reso conto del modo complesso, umano e schietto in cui Fran ha trattato l’argomento. 

È vero che si tratta di un film a basso budget, ambientato principalmente in una sola stanza, con pochi personaggi. Ma credo che sia uno dei film più importanti che abbia mai fatto. Mi sembra che l’impatto emotivo, e l’esperienza che fa vivere al pubblico, siano enormi. E quando finisce ti senti esausto, in senso buono, proprio come i personaggi quando escono da quella stanza. È davvero raro che un film riesca a fare questo. 

In termini di impatto emotivo, tu e i tuoi colleghi attori mostrate espressioni davvero viscerali nelle scene più drammatiche. Nel tuo modo di lavorare, quanto di ciò è fatto deliberatamente? Le espressioni facciali di un attore, secondo te, sono come uno strumento suonato da un musicista? Oppure non ci pensi affatto, sono un prodotto fisiologico del tuo immergerti autenticamente nelle emozioni del personaggio?

Recitare è una strana professione, ed è abbastanza difficile descriverlo. La teoria è molto semplice, ma è difficile da realizzare. Devi essere un’altra persona. In nessun momento del film io o gli altri stavamo pensando a che aspetto avevamo, se stessimo piangendo o gridando. Stavamo solo cercando di essere veri. Questo film ha richiesto che fossimo più spontanei possibile. Che fossimo presenti. Quindi non c’era nulla che stessi facendo che fosse deliberato e studiato.

In effetti, è stato come perdere contatto con la realtà. Il regista diceva “Ok, taglia, facciamone un’altra” e io pensavo “Che significa? Aspetta, che è successo?”. Quindi no, non abbiamo messo su certe espressioni di proposito.

Dev’essere stato affascinante tornare a casa e vedere il film, dopo tutto questo

L’ho visto prima con la mia famiglia. Poi l’ho visto per la prima volta in pubblico qualche giorno dopo, a un’anteprima, e sono stato di nuovo travolto, perché è una bestia del tutto diversa quando lo vedi con tante persone. Certe storie sono fatte per essere raccontate in gruppo, sin da quando gli esseri umani hanno cominciato a raccogliersi intorno al fuoco. Questo è un film che parla di connessione, di come riconoscersi come esseri umani e ascoltarsi l’un l’altro.

Il mio personaggio, e ancor più quello di Martha, partono straripanti di un sentimento di risentimento e odio. Ci sta proprio avvelenando, noi e nessun’altro – non certo le persone a cui è rivolto. Quindi, quando l’ho visto in mezzo a un pubblico, mi sono ricordato a che scopo è stato realizzato. Tutti voi che state pensando di andare a vederlo: per favore, fatelo al cinema, perché vi farà sentire meno soli al mondo, e pieni di speranza. Perché è un film davvero, davvero intenso. Ma quando il conflitto finalmente si risolve, per alcuni dei personaggi, ci si sente liberati e confortati. Quando uscirete dalla sala penserete di aver vissuto un’esperienza cruciale. Considerato il budget del film, è davvero un bel risultato.

È interessante sentire difendere il valore di vedere un film drammatico come questo al cinema, data la recente diatriba sul fatto che la gente andrebbe a vedere, ormai, solo i film di supereroi, e sullo streaming che sembra essere il mezzo principe per la fruizione dei film “seri”. Pensi che sia importante avere la possibilità di vedere film come questo sul grande schermo?

Siamo tutti ormai così abituati a vedere i film a casa nostra che rompere questo schema e tornare al cinema non sembra facile. Ma è un po’ come pensare che una cena precotta scaldata al microonde sia gustosa quanto un pasto gourmet preparato con ingredienti freschi. Una volta che assaggi la differenza pensi “Aspetta, in effetti non è proprio lo stesso!”.

Hai nominato Fran poco fa. È incredibile che questo sia il suo debutto alla regia, considerato quanto il film sia ben saldo e costruito. Com’è lavorare con lui, e che prima impressione ti ha fatto?

Sinceramente non sapevo cosa pensare all’inizio delle riprese, perché non sapevo se questo sarebbe diventato un film oppure no. Quello che è riuscito a fare è stato tenere la sua presenza e quella delle telecamere – che poi si è scoperto essere un lavoro estremamente delicato, calibrare i passaggi di messa a fuoco e tutte queste cose di cui noi non avevamo idea – insomma tenere tutto ciò lontano dai nostri pensieri.

In questo modo, quando ripenso alla nostra esperienza, quelle poche settimane che abbiamo passato in questa intensa bolla emotiva, i miei ricordi sono quelli del personaggio, di Jay. Ricordo di aver vissuto una catarsi travolgente, non ricordo cosa faceva intanto Fran. E quando abbiamo finito, mi ricordo di aver pensato: “Dubito che che ne verrà fuori un qualsiasi genere di film. Non credo che gli spettatori potrebbero sperimentare qualcosa di quello che Martha, Reed, Ann e io abbiamo passato”.

Poi, un po’ alla volta, abbiamo cominciato a ricevere i commenti degli addetti ai lavori, e poi le recensioni del Sundance. È stato chiaro a quel punto che Fran aveva realizzato qualcosa di miracoloso. A prescindere dall’esperienza che può avere alle spalle, chiunque faccia un film su quattro persone chiuse in una stanza a fare i conti con rabbia e vergogna – e che prende una direzione inaspettata, e consegni al pubblico questa massiccia esperienza, deve essere un regista incredibile. Ne ho avuto la prova anch’io come spettatore.

Perciò, quando mi chiedi che tipo di regista è, la prova è nel risultato. Questo film è l’esordio di un grande talento sia della scrittura che della regia.

La critica ha lodato non solo la sceneggiatura e la regia, ma anche la tua performance e quella dei tuoi colleghi. Com’era la vostra chimica?

È buffo, quando si parla di performance. Ci hanno dato da interpretare questi personaggi ben delineati, tridimensionali e originali, così pieni di emozioni che vengono fuori da sole. Così, a noi attori viene dato il merito del complesso lavoro di Fran. Forse perché abbiamo tanta esperienza – io lo faccio da trent’anni ormai, questo mestiere. E questa nostra esperienza, di tutto quello che avevamo fatto prima, ha avuto un suo ruolo, ma è anche stata messa da parte. Volevamo semplicemente essere onesti e reali, ognuno con l’altro e per l’altro.

Poteva anche non funzionare, immagino. Ma quando ci siamo incontrati abbiamo capito che dovevamo creare un clima di confidenza e fiducia, per portare al massimo livello l’esperienza e dare il massimo noi stessi. Il risultato è una performance, ma da un certo punto di vista è anche reale. Il pianto, la tristezza e la disperazione, il furore, il compromesso: dovevamo essere sicuri di conoscerci abbastanza bene per provare quelle emozioni senza nessun autocontrollo. Quindi ci siamo incontrati e abbiamo parlato delle nostre vite, non solo dei nostri personaggi. Ci ha aiutato a spogliarci delle nostre difese, così che potessimo vedere davvero chi avevamo di fronte.

Ci siamo trovati, a quanto pare: fuori dal set abbiamo scherzato e riso come pazzi, probabilmente perché lacrime e risa sono separate da una linea sottile. Ma non uscivamo mai del tutto dai nostri personaggi. Alla fine della giornata tornavamo al nostro hotel e discutevamo, non di quello che avremmo fatto in scena il giorno dopo, ma dei sottintesi della trama e del loro significato. Il personaggio di Martha doveva sapere cosa aveva scritto nelle lettere a quello di Ann. Martha e io dovevamo essere ben coscienti di quello che ci aveva detto il terapista, a proposito dei confini da mettere al nostro incontro con gli altri.

E insomma mi sono innamorato di questi tre, i miei coprotagonisti, tra un litigio e l’altro – perché le emozioni scorrevano a fiumi. Certe volte uscivamo dalla camera di qualcun altro sbattendo la porta. Sono successe un mucchio di cose, insomma. Ma siamo diventati una singola unità. E quando abbiamo finito le riprese, beh… Quando sei giovane spesso ti pesa il momento degli addii, ma io lo faccio da tanto, di solito mi riprendo abbastanza in fretta. Stavolta però è stato diverso. È stata dura salutarsi, alla fine. Avevamo creato questa bolla e tenuto fuori il resto del mondo, quindi è stato strano e difficile partire. 

Impegnativo, quindi, ma anche molto speciale. 

Sì, esatto. Storie così sono molto, molto rare. Non ho mai visto un film come questo, non uno che parli dello stesso argomento: persone che si odiano che però si incontrano in questo modo. E non ho mai visto un film di sole quattro persone in una stanza che sganci una bomba di questa portata. Quindi sì, è stato del tutto straordinario. 

N.d.A: Mass è uscito al cinema negli USA l’8 ottobre, ed è stato presentato a diversi festival cinematografici, tra cui quello di Londra, il 12 ottobre. Sky UK ha annunciato la distribuzione al cinema e sui suoi canali a partire dal 20 gennaio 2022. Nessuna notizia ancora sulla distribuzione in Italia, ma la critica è unanime nel definirlo un film eccezionale, e diverse riviste autorevoli ritengono probabile che l’Academy gli conferirà delle nomination ai prossimi Oscar per la sceneggiatura, la regia e le interpretazioni dei quattro protagonisti, quindi non ci resta che incrociare le dita!

Intervista tradotta: Jason Isaacs esplora dolore e senso di colpa genitoriali nel film drammatico “Mass”

Articolo originale di Angela Dawson pubblicato il 7/10/2021. Ci limitiamo a tradurre il testo per facilitare il pubblico italiano. Tutti i diritti appartengono ai rispettivi proprietari. Siamo disponibili a rimuovere questa nota qualora gli aventi diritto la ritengano lesiva.

Mentre il tema delle sparatorie scolastiche torna purtroppo in testa ai giornali, le conseguenze di queste terribili tragedie e il loro impatto sulle famiglie coinvolte è al centro dell’intenso e coinvolgente film drammatico Mass, in uscita nei cinema americani l’8 ottobre.

Scritto e diretto da Fran Kranz, attore diventato regista, Mass ci racconta di due coppie che hanno accettato di incontrarsi in un luogo neutrale (la sala riunioni di una parrocchia) per parlare aperamente di quanto è successo sei anni prima: una sparatoria nella scuola dei loro figli, della quale uno è stato l’artefice, e l’altro una delle dieci vittime. Nel film Jason Isaacs (famoso per aver recitato nei film di Harry Potter) e Martha Plimpton (nota per la serie Fox Aiutaci, Hope) interpretano i genitori del ragazzo ucciso, e il noto attore di Broadway Reed Birney e l’attrice Ann Dowd (conosciuta per la serie HBO The Leftovers) hanno il ruolo dei genitori del teenager che ha commesso suicidio dopo il suo raptus omicida alla scuola superiore locale.

Il film di debutto di Kranz porta gli spettatori in un viaggio scomodo, ma profondamente coinvolgente, attraverso l’esternazione delle emozioni a lungo represse di questi quattro adulti: lutto, rabbia, senso di colpa e diniego. Nella lunga conversazione in quella spoglia sala, l’impatto persistente della tragedia sulle loro vite, i loro matrimoni e le loro famiglie viene rivelato.

Dopo il debutto al Sundance Film Festival all’inizio dell’anno e le seguenti recensioni positive, Mass sta per essere distribuito al cinema dall’agenzia Bleecker Street.

Isaacs interpreta Jay, che accetta di partecipare all’incontro su esortazione del terapista di sua moglie. L’attore afferma che anche se il soggetto del film può sembrare cupo, lui vede nella pellicola, in ultima analisi, un segnale di speranza.

“è un appello alla connessione tra esseri umani”, ci dice al telefono l’attore inglese. “Il film si ispira alla Commissione Sudafricana per la Verità e la Riconciliazione e al suo ideale di giustizia rivitalizzante. La Commissione si è formata perché desidera un cambiamento, vuole spezzare la paralisi della situazione, e a quanto pare sta funzionando abbastanza bene.”

Angela Dawson: Cosa ne pensi di questa storia?

Jason Isaacs: è davvero una storia di speranza. Senza svelarvi troppo, posso dirvi che quando ho visto il film finito insieme a un pubblico – perché l’ho visto anche altre volte per conto mio – ha provocato una certa commozione. Rivederlo mi ha ricordato che il finale offre una via d’uscita dalle tenebre, ho potuto sentire i sospiri di sollievo. Non è quel genere di redenzione in stile hollywoodiano, afferma però che un cambiamento e un progresso sono possibili.

Dawson: Vedere il film mi ha fatto pensare al peso emotivo dei bambini quando sono tornati a scuola dopo un anno di studio a distanza. Ci si rende conto non solo dello stato di salute dei propri figli, ma anche di quello degli altri ragazzi della classe.

Isaacs: Per me, il film non ha quasi nulla a che fare con la scuola o le sparatorie. Parla di colpa. Queste persone sono distrutte, paralizzate dal loro bagaglio emotivo. Sono tenuti in scacco dalla rabbia, da una furia istintiva o da sentimenti non processati di vergogna, senso di colpa e odio. (Il mio personaggio) Jay ha cercato di ridare un senso alla sua vita incanalando il dolore nell’attivismo. È il tipo di uomo che ricerca una soluzione al di fuori di se stesso. È successo qualcosa di orribile, qualcosa di incomprensibile, e lui ha dovuto farci i conti. Quindi ha intenzione di darsi da fare e cambiare qualche legge. Ha intenzione di cambiare la definizione di salute mentale. Ha intenzione di fare un sacco di cose, perché pensa di essere al di sopra di quell’incasinata faccenda umana che è il processo di accettazione.

È soprattutto preoccupato per sua moglie. Pensa che sua moglie abbia bisogno di aiuto, perché il suo terapista ha detto loro di fare questo incontro. Il punto è: a cosa si può riparare, e come. Si ritrovano in quella stanza perché vogliono che la loro vita migliori.

Secondo me, questo non ha nulla a che fare con l’incidente avvenuto anni prima, dipende invece completamente da questo mondo diviso in fazioni in cui viviamo. L’America è spezzata. L’Inghilterra è spezzata. Le persone sono separate una dall’altra, non solo all’interno della nazione, ma all’interno delle stesse famiglie – che sia per colpa della politica o dei vaccini.

Dawson: Cosa pensi voglia comunicare Fran Kranz al pubblico? Qual è il messaggio?

Isaacs: Non è un film con la morale: è un dramma. L’ho visto l’altra sera con altre persone e le ha intrigate per tutto il tempo. Vuoi sapere come andrà a finire, ma in realtà uno dei suoi effetti, sperabilmente, è farci vedere l’un l’altro come esseri umani. Abbiamo bisogno di riconoscerci in quanto tali. Punto. Ci scaviamo queste trincee e viviamo in camere stagne, e ci rintaniamo così bene che non riusciamo più a vedere fuori. Secondo me il film riguarda questo, non quello che è successo loro sei anni prima. Poteva essere un incidente causato dall’alcool, o qualcos’altro.

La questione è: come potranno mai risvegliarsi e ritrovarsi l’un l’altro, come coppia sposata? Come potranno tornare a essere presenti, e come potranno guardare al futuro? La risposta è che tutto questo è possibile, qualunque tragedia possa capitare. Alcuni sono usciti dall’Olocausto e si sono ricostruiti vite appaganti e piene, altri ne sono usciti e si sono suicidati. Che differenza c’era tra loro? Cosa hanno fatto di diverso, di positivo, e come possiamo farlo noi, oggi? È questa la domanda che pone il film.

Dawson: Hai voluto partecipare al film appena hai ricevuto il copione di Fran Kranz?

Isaacs: Sì. Assolutamente. Parlava di conflitto. Un gruppo di adulti entra in una stanza, e alcuni ne escono cambiati, chi più, chi meno. Hanno molte ragioni per essere sospettosi e pensano di avere i loro buoni motivi per odiare gli altri, cercare di tenerli a distanza e manipolarli, e nulla di tutto questo va secondo i loro piani. Quello che emerge è molto più umano di quanto nessuno di loro avrebbe mai immaginato. Questo aspetto è chiaro fin dall’inizio.

Dawson: Nessun dubbio?

Isaacs: Sentivo due cose, in conflitto tra loro: una è che (Kranz) è un pazzo. Chi proverebbe a fare un film del genere? Cosa lo fa pensare che potrebbe funzionare per il pubblico? E poi non ero sicuro di farcela. Non sapevo se sarei stato capace di portare in vita così realisticamente e onestamente una storia così schietta perché, come attore, tu scavi nella tua borsa degli attrezzi e così facendo rimodelli i pensieri che credi debba avere il personaggio. Anche Ann, Martha e Reed sentivano queste stesse cose. Dovevamo mettere da parte questo modo di lavorare e in qualche modo lasciar parlare onestamente questi personaggi attraverso di noi. È molto raro che io mi senta spaventato o eccitato per un ruolo, perché è raro ormai che mi si presenti una nuova sfida. Quindi, sapevo che volevo esserci; solo, non avevo nessuna aspettativa riguardo al film che ne sarebbe uscito.

Dopo che abbiamo vissuto in questa bolla incredibilmente emozionante per due settimane, ho cambiato prospettiva completamente. Giravamo per tutto il giorno e poi ci ragionavamo e ne parlavamo per tutta la notte. Abbiamo pianto, abbiamo riso, abbiamo urlato e siamo usciti sbattendo la porta delle rispettive camere e abbiamo vissuto in questo modo davvero intenso per due settimane. Quando abbiamo finito, mi sentivo come se fossi stato in riabilitazione, o qualcosa del genere. È stata un’esperienza chiave. Non avevo idea se potesse trasformarsi o meno in un film apprezzabile. Non pensavo fosse impossibile, ma non ero convinto neanche del contrario. È meglio non pensarci, specialmente quando è stata un’esperienza così profonda e travolgente.

Quando sono arrivate le prime recensioni, e le persone che lo hanno visto l’hanno definito incredibilmente potente, incoraggiante, emozionante e ispirante, è stato come assistere a uno di quei rari eventi miracolosi. Il copione era fantastico e siamo riusciti a costruire questa cosa insieme. Spesso fai la stessa cosa, ma il risultato finale è rovinato e inguardabile. L’effetto che ha avuto su di noi mentre lo giravamo, questo film lo sta avendo anche sul pubblico, il che è bellissimo.

Jason Isaacs (a sinistra) e Martha Plimpton (al centro) interpretano una coppia che ha perso il figlio in una sparatoria nel film ‘Mass.’ Breeda Wool (a destra) compare nel ruolo di una impiegata della parrocchia nella quale mette loro a disposizione una stanza per incontrare i genitori dell’uccisore. Immagine promozionale diffusa da Bleecker Street

Dawson: Sapevi, accettando, che Ann Dowd, Martha Plimpton e Reed Birney erano nel progetto? Ci sono state molte prove?

Isaacs: Non li avevo mai incontrati. Avevo sentito dire che Martha era interessata, ma non sapevo con certezza che avrebbe partecipato. Ho sempre pensato che fosse un’attrice fantastica. Non sapevo che Ann e Reed fossero nel cast. Dopo che ho letto il copione, non m’importava che quei ruoli andassero a Pinco o Pallino o chicchessia. È stata una fortuna in più che fossero affidati a questi attori meravigliosi.

Martha avrebbe voluto fare molte prove. Anche Ann, probabilmente. Martha ci teneva, ma poi ho ottenuto una parte in un film in Australia. Avevamo quindi solo due giorni per provare, a New York. Durante questi due giorni abbiamo a malapena dato una scorsa al copione. Non volevamo programmare quello che sarebbe successo davanti alla telecamera; quello vuoi che venga fuori spontaneamente, ed evolva. Tutte le volte che prendevamo in mano il copione, qualcuno si fermava e raccontava una storia personale. La cosa più utile che abbiamo realizzato in quei due giorni è stata perdere gli strati protettivi che ci si porta dietro quotidianamente. Avevamo bisogno di sentirci come se ci conoscessimo e fidassimo davvero uno dell’altro. Ci siamo resi vulnerabili, così che quando è stato il momento di recitare, ci siamo sentiti liberi di fare qualsiasi cosa e muoverci in qualunque direzione e disfarci di qualsiasi remora.

Ann ha rotto il ghiaccio condividendo alcune difficoltà che stava vivendo in quel momento e questo ha incoraggiato il resto di noi a fare lo stesso. A quel punto ho dovuto abbandonare l’idea di fare l’altro film. Ci eravamo addentrati pochissimo nel copione.

Fran, da talento fenomenale qual è, ci ha lasciato campo libero. Ci ha chiesto se pensavamo ci fosse qualcosa nella sceneggiatura che non ci convincesse, e abbiamo cominciato tutti a buttare giù idee. A proposito di Jay, a un certo punto, ho detto che non se ne sarebbe stato tranquillo ad ascoltare una certa cosa; non gliene sarebbe fregato niente. È lì per aiutare sua moglie, perché dovrebbe stare a sentire quello che (Linda, interpretata dalla Dowd, o Richard, il personaggio di Birney) hanno da dire? Li zittirebbe subito. E Fran mi ha risposto: “Buona osservazione”.

Mi ricordo che ogni sera Martha e io studiavamo per ricostruire la nostra vita fuori dallo schermo – i ricordi di quello che è successo a questa coppia nei precedenti sei anni (dopo l’omicidio del figlio). Quello che è finito sulla pellicola avviene dopo che Gail (il personaggio della Plimpton) comincia a vedere un terapista, e corrisponde a quello che il terapista ha previsto che succeda in quella stanza. Ci sarà stata una lista di cose che lei avrebbe dovuto dire, e di argomenti che avrebbero dovuto evitare. A che punto Jay si è inserito nella terapia? Sarà stato su richiesta di Gail? Tutte queste cose dovevamo costruirle insieme, così quando si sarebbe fatto un riferimento ad esse, o anche qualora non fossero state menzionate affatto in quella stanza, avremmo avuto una base da cui prendere le mosse, quella di una coppia il cui matrimonio è diventato disfunzionale.

Dawson: Sta per uscire altro a cui hai lavorato?

Isaacs: Un mucchio di roba. Una dolcissima storia d’amore intitolata Mrs. Harris Goes To Paris. Poi c’è Operation Mincemeat, una spy-story sulla Seconda Guerra Mondiale diretta da John Madden, e Spinning Gold, che è un fantastico biopic musicale (sul produttore discografico Neil Bogart). E sto per partire per il Canada per girare una serie chiamata Good Sam, un medical drama.

Intervista tradotta: Jason Isaacs: “Mi piace il mio anonimato”

La star di Case Histories ci racconta del suo essere un riluttante sex symbol, del suo bisogno di aiutare il prossimo, e che spera che Mel Gibson ritrovi la serenità

Articolo originale di Stuart Jeffries pubblicato il 19/06/2011. Ci limitiamo a tradurre il testo per facilitare il pubblico italiano. Tutti i diritti appartengono ai rispettivi proprietari. Siamo disponibili a rimuovere questa nota qualora gli aventi diritto la ritengano lesiva.

 

“Non sono un sex symbol” dice Jason Isaacs, fissandomi con quegli occhi azzurri da sogno. Beh, non è quello che dice il resto del mondo. Euan Ferguson dello Observer scrive che Isaacs ‘si è guadagnato la sua promozione a oggetto del desiderio nazionale ufficialmente riconosciuto’. A quanto pare se ne sta lassù accanto a Colin Firth e Daniel Craig, grazie alla sua performance nel ruolo del sentimentale e ferito, ma comunque provocantemente muscoloso, detective privato Jackson Brodie nella serie della BBC1 Case Histories, che si conclude stasera.

Pensate a quella scena nell’episodio di ieri sera in cui Brodie si sveglia in un letto d’ospedale coperto di tagli, con un’amnesia e col suo ampio torace piacevolmente esposto, dopo aver cercato di estrarre una vecchietta svenuta dalla sua auto, finita sui binari della linea tra Aberdeen ed Edimburgo. Ok, adesso potete smettere.

Anche Grazia la scorsa settimana l’ha dichiarato oggetto di desiderio, e intanto su Twitter tutti si sperticano in elogi sulla sua recitazione nell’adattamento per la tv dei romanzi di Kate Atkinson (provate a digitare #casehistories). È stato nominato al 24° posto nel sondaggio sulle star del cinema più sexy dell’Empire Magazine (scommetto che si è roso il fegato per non essere arrivato ventitreesimo). Ma era il 2009. Se rifacessero quel sondaggio oggi, senza dubbio finirebbe tra i primi 10, eclissando Alan Rickman se non addirittura Johnny Depp.

Colin Firth ha avuto quel momento topico nei panni di Mr. Darling in Orgoglio e Pregiudizio, quando emergeva, bagnato, dal suo lago. Daniel Craig, nel ruolo di James Bond, veniva fuori ammaliante dal mare. Adesso Isaacs ha la sua occasione di mostrarsi in Case Histories, quando si lava a petto nudo nel bagno di Natasha Little dopo aver gentilmente scavato una fosse per il cane delle vicine.

“Senti,” dice Isaacs. (Adoro quando gli intervistati, di solito uomini politici, iniziano una frase con “Senti” – annuncia il tentativo perso in partenza di ricondurre l’intervistatore a un presunto buonsenso). “Ho dedicato la mia vita professionale a cercare di scavare a fondo nell’animo umano, e adesso nelle recensioni si complimentano con me per la quantità di tempo che passo in palestra. Sulla definizione dei miei tricipiti.” I suoi tricipiti sono definiti? “Non facciamolo, dai. Non posso fare pubblicità alla Virgin Active in ogni intervista che rilascio. Posso farlo nei salotti televisivi della mattina, ma non per il Guardian.”

Esternamente, sto sorridendo, ma dentro di me sto eliminando una sfilza di domande. Come ci si sente a essere così robusti? Chi vincerebbe in una gara di pettorali tra lui e Craig? Come si svolgerebbe, nella pratica, una gara di pettorali? È più pompato lui o il bambolotto in stile Action Man di Isaacs stesso, in diversi ruoli da protagonista, che i suoi inquietanti fan hanno messo su jasonisaacsonline.com? Eccetera.

“Comunque, non ho più quel fisico. Mi sono lesionato il tendine d’Achille, quindi non posso correre.” Certo. “E tutta questa assurdità del sex symbol… quale modo migliore di invalidarla se non far mettere a Jackson una tuta rosso brillante tipo gnomo da giardino che sembra uscita direttamente da Primark?” Un ottimo argomento, ma la risposta è chiara: anche in quell’orrore di completino-di-tutina-rossa-con-cappuccio, lui risulta comunque più bollente del sole di Luglio.

“Oddio, odio le interviste in cui gli attori fanno le fighette. Chi vuole sapere i cavoli loro? Io non voglio sapere che fa nella vita Al Pacino. Voglio guardare Quel pomeriggio di un giorno da cani e pensare che è gay.”

Nella realtà, Isaacs non è il nuovo messia della lussuria televisiva. È davvero un ragazzaccio. È arrivato in questo caffè vicino alla sua casa a north-west London con un chai latte preso in un altro locale, e ha cercato pateticamente di nasconderlo alla cameriera tenendolo sotto il tavolo. “Però voi non fate il chai latte, o no?” chiede timidamente quando viene scoperto, fissandola con i suddetti famosi occhi. Addolcita, gli offre un bicchiere d’acqua. Se ci avessi provato io, sarei stato buttato fuori, probabilmente, con un calcio nel didietro. Ma io faccio parte di quelli che… com’è che Ferguson ha definito gli uomini che non sono Jason Isaacs? Ah, sì, ‘comuni mortali’.

Tornando a ‘scavare nell’animo umano’. Cosa significa? “Di solito la recitazione è considerata un atto totalmente narcisistico, ma dentro di me sento un desiderio di indagare la condizione umana. È quello che sto facendo con Jackson.” Su questo ha ragione. Il suo fascino (soprattutto sulle donne) nei panni di Jackson Brodie non è legato soltanto al suo programma di allenamenti. È più profondo di così. Suggerisco a Isaacs che Brodie è forse un Rochester dei giorni nostri, un animale ferito che le aspiranti Jane Eyres immaginano di accudire.

“Penso sia proprio l’opposto di Rochester” dice Isaacs, che una volta ha rifiutato quel ruolo. Ma di certo hanno qualcosa in comune. Anche se Jackson è minacciosamente virile, gli capita spesso di venire pestato o di uscire non esattamente vincitore da un incidente ferroviario, ritrovandosi ad essere medicato da donne attraenti. Nel doppio episodio di ieri sera e di stasera si incrocia, zoppicante, con l’adorabile, in gamba ma distrutta sedicenne Reggie, una di quelle ragazze perdute con le quali si ritrova sempre incastrato. Sì, Jackson è forte e macho, ma in termini di focus narrativo è scalzato da donne forti, dalle quali è perfino simbolicamente castrato.

“Kate ha ragione quando dice che è più una donna che un uomo” dice. “Le donne rispondono bene a Jackson Brodie perché non è affatto come appare. Sembra un muscoloso, irriducibile detective. [Invece] è un uomo che porta il peso di un grave trauma. È sentimentale, non sa dire di no a casi dai quali dovrebbe fuggire a gambe levate, raccoglie ragazze disperate.”

Il trauma: il corpo di sua sorella Niamh estratto dal canale, ancora e ancora, in un’insostenibile ripetizione; sua figlia che lo chiama con Skype dall’altro capo del pianeta, che sembra divertirsi da matti col nuovo compagno della sua ex moglie. Il sentimentalismo: la devozione di Jackson per lo struggente genere country & western annegato nel gin. Tutti quei brani di Iris DeMent, Mary Gauthier e Lucinda Williams.

“I romanzi di Kate, dei quali ho registrato gli audiolibri* molto tempo prima di ottenere la parte, riguardano tutti il modo in cui fuggiamo dalle sofferenze del passato” dice Isaacs. I gialli della Atkinson sono originali perché si concentrano sul superamento del trauma, piuttosto che sulla spiegazione della vicenda. In un’intervista con Isaacs, la Atkinson sottolinea qualcos’altro: il suo desiderio di onorare le vittime di un crimine. “È per questo che Jackson è così poco interessato alle indagini in senso stretto. Gli interessa riuscire a dare pace, chiudendo le storie di quelli che non potrà mai ritrovare. Jackson vuole essere d’aiuto. È pieno di amore da dare.”

Case Histories
Jason nei panni di Jackson Brodie, con tanto di taglio sulla fronte.

C’è qualcosa di Isaacs in Jackson Brodie? “C’è stata una scena” dice, non proprio commuovendosi, ma quasi. “Abbiamo girato due ciak. È quando dico a mia figlia che dovrebbe partire per la sua nuova vita in Nuova Zelanda. È stata dura dirle addio. Quando abbiamo girato la prima volta, piangevo come un disperato. Il regista Bill Anderson ha detto: ‘Possiamo farla di nuovo, stavolta con Jackson? Dovrebbe essere dello Yorkshire.’”

Isaacs stava immaginando di dire addio a una figlia? (Ne ha due: Lily di nove anni, e Ruby di cinque, avute con la sua partner, la documentarista Emma Hewitt.) “Già. Fai di tutto per ingannare la tua immaginazione allo scopo di provare le stesse emozioni del tuo personaggio. Emma una volta ha girato uno splendido documentario che seguiva la storia di una prostituta a Leeds. Quella donna indossava una maschera mentale, così non era lei a essere sbattuta. Gli attori cercano di ingannare la propria percezione in modo simile, per entrare nel ruolo.”

Isaacs si zittisce per un momento. Indossa gli stessi jeans e maglietta nera di quando è stato intervistato dal Guardian l’ultima volta, tre anni fa. “Oddio, odio le interviste in cui gli attori fanno le fighette. Chi vuole sapere i cavoli loro? Io non voglio sapere che fa nella vita Al Pacino. Voglio guardare Quel pomeriggio di un giorno da cani e pensare che è gay.”

Ma tornando a Lily, Ruby e Emma: nel giro di qualche settimana Isaacs si trasferirà con loro a Los Angeles per cominciare a lavorare alla prima serie di Awake, uno show della NBC che ha fatto scalpore da quando è uscito l’episodio pilota. Non è un pessimo momento per partire, adesso che è diventato il nuovo Colin Firth? È il momento di salire di livello e smettere di interpretare la spalla o la contorta nemesi del protagonista (pensate al sadico ufficiale inglese nemico giurato di Mel Gibson ne Il Patriota, a Capitan Uncino, o meglio alla sua performance nel ruolo del biondo e pazzoide Lucius Malfoy nella saga di Harry Potter). È stato un talentuoso antagonista, ora è un manzo nazionale. Perché andarsene adesso?

“Posso sempre tornare, e lo farò, perché so che Kate è un ribollire di idee, quindi sono sicuro ci sarà una seconda stagione di Case Histories. Se avessero dato la parte a qualcun altro li avrei braccati e scuoiati vivi.”

Forse trasferirsi a Los Angeles è la mossa giusta. C’è un bel fermento intorno ad Awake. Incrociando le dita, sarà la più importante esportazione britannica alla TV americana dai tempi di Hugh Laurie. Isaacs interpreta un detective in sospeso tra due mondi, che non sa se quella che vive è la realtà o un sogno. In una delle due realtà sua moglie è morta in un incidente d’auto; nell’altra a morire è stato invece il figlio.

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Il detective Michael Britten, protagonista di Awake.

Isaacs è preoccupato: “C’è il rischio che Awake sia un po’ troppo intellettuale per i network statunitensi. Le serie americane che amo (Mad Men, I Soprano…) non funzionerebbero mai sulla pay-TV. Questa deve funzionare sulla TV privata, come Dottor House o CSI. E io sono uno dei produttori. Molte serie vengono interrotte a metà perché non vendono, non piacendo all’americano medio.

“Se risulterà un flop, me ne farò una ragione. Non voglio fare spazzatura. È anche vero che Brotherhood [la serie del 2006 ambientata a Rhode Island nella quale interpreta un gangster irlandese americano] è stato acclamato dalla critica ma non l’ha guardata nessuno. Ambisco a qualcosa che venga fatto a pezzi dalla critica ma abbia un enorme successo.” Così potrà diventare un personaggio famoso? “Non sarò mai un personaggio famoso. Mi piace il mio anonimato.”

Sorseggia la sua bibita della vergogna. “Quando sono tornato a casa, dopo aver girato Abduction [film che uscirà nelle sale a settembre], ho detto al mio agente: adesso me ne sto un po’ a Londra. Se vuol dire dover fare spettacoli per bambini dal retro di un camioncino a Kilburn, per me va bene. Ho bisogno di stare con la mia famiglia. Il mio lavoro è tenere la famiglia unita e provvedere a loro.” Non gli va di chiamare sua figlia con Skype dall’altra parte del globo, come finisce per fare Jackson? “Ci sono passato e non mi va di ripetere l’esperienza. È per questo che stiamo partendo tutti insieme.”

Parlando invece di Mel Gibson, come si sente a proposito dell’invettiva antisemita della sua ex co-star, ai danni del poliziotto ebreo che l’ha fermato mentre era ubriaco al volante della sua auto? “È un uomo molto sensibile e problematico, di cui non potrei mai condividere le idee politiche conservatrici. Penso ancora a lui che racconta storielle a sfondo ginecologico da scompisciarsi dalle risate mentre fuma una sigaretta sul set de Il Patriota, poi si volta e raggiunge vette inarrivabili di emozione mentre tiene tra le braccia il corpo di suo figlio Heath Ledger.

“La notte di quella sparata era andato a trovare un mio amico, ebreo anche lui, con moglie ebrea ortodossa, portando loro un regalo – cosa che è andata persa nei titoli dei quotidiani.” Ok, ma… “Lo so, lo so! Ho sentito le registrazioni e non posso giustificarlo. Detto questo, di sicuro lui sarà davvero turbato da quello che si sente in quei nastri. Conosciamo tutti persone che quando sono ubriache si mettono a provocare per iniziare una rissa, e questo spiega in parte quello che è successo.”

Qualche mese dopo che le registrazioni di Gibson sono state rese pubbliche, lui e Isaacs si sono incontrati ad un evento. “Mi è venuto spontaneo salutarlo così: ‘Rabbino Gibson!’ E lui ha detto: ‘Dammi tregua, ero ubriaco.’ Spero che possa ritrovare la serenità.”

Si tratta di un atteggiamento un po’ sfumato, ma inaspettatamente tendente al perdono, per un ebreo che ha subito ben più della sua dose standard di antisemitismo. “Provaci tu a farti maltrattare dagli antisemiti a Liverpool e Londra” dice Isaacs.

È nato a Liverpool 48 anni fa, da una famiglia di origine ebrea che ci viveva già da tre generazioni. Come mai i suoi genitori si sono trasferiti in Israele? “È sempre stato il loro sogno.” Isaacs ha scoperto l’amara verità sul perché i suoi genitori volessero lasciare l’Inghilterra solo una settimana fa. “Mio padre era molto malato, e insieme ai miei fratelli sono andato a trovarlo in terapia intensiva dove era ricoverato. Pensavamo stesse per morire, invece adesso si è ripreso, grazie a Dio.

“A tarda notte, mentre gli tenevo la mano, abbiamo parlato della sua infanzia e si è reso chiaro il motivo per cui per tanti anni ha conservato il desiderio di andare a vivere in Israele. Non è stato solo il fatto che abbia dovuto tenere testa alle camicie nere del partito nazista quando aveva 11 o 12 anni. O che a 13 anni abbia scoperto che era avvenuto un olocausto a poche centinaia di miglia di distanza. Mi ha detto che c’era un movimento nazista attivo anche dopo la guerra.

“Gli ho detto: ‘Papà, stai facendo confusione. Stai dicendo che dopo la guerra c’erano ancora dei nazisti a Liverpool?’ E lui ha risposto: ‘Esattamente.’”

Il padre di Isaacs si riferiva alle manifestazioni sorte a Liverpool e in altre città britanniche nel 1947 dopo l’impiccagione di due soldati inglesi nel Mandato britannico della Palestina da militanti Irgun. Si tratta di un momento storico recentemente rappresentato da Peter Kosminsky nella bella miniserie drammatica The Promise su Channel 4, che Isaacs confessa con aria colpevole di non aver visto.

“Dopo le esecuzioni, mio padre si barricò con la sua famiglia nel suo appartamento a Liverpool, mentre la folla spaccava le finestre e urlava ‘Bruciate gli ebrei! Bruciate gli ebrei!’ Pensavo si stesse confondendo, ma non era così: queste cose gli successero davvero dopo la guerra, quando aveva 16 anni.

“Così, scoprire che era stata fondata una nazione dove tutto questo non gli sarebbe mai successo, dove non ci sarebbe stato il rischio di essere presi e portati via e chiusi in una camera a gas, influenzò lui e mia madre durante tutto il periodo in cui crescevano i loro figli. Partirono quando il loro quarto figlio andò all’università.” Ha mai immaginato di raggiungerli? “Ci ho pensato, ma non ho voluto.”

Quando aveva undici anni Isaacs si è trasferito con la sua famiglia da Liverpool a Londra, e più tardi si è iscritto alla Haberdashers’ Aske’s Boys’ School, che annovera tra i suoi alunni David Baddiel, Matt Lucas e Sacha Baron Cohen. “Mi ricordo che non avevo amici e passavo un sacco di tempo a ubriacarmi.” Non è così che lo ricorda un suo amico di quei tempi, il critico cinematografico Mark Kermode. “Lo so” dice Isaacs. “Quando ho letto il suo libro, ho pensato che non mi abbia capito affatto. Mi vedeva come uno figo, di successo. Immagino che quello che vedeva fosse un livello di sbruffoneria da parte mia che doveva risultare intimidatorio. Ma stavo compensando il fatto di sentirmi isolato. Non mi sentivo nemmeno del tutto parte della nostra ristretta comunità ebraica.

“Altri si sentivano a loro agio, lì. Io mi sentivo a disagio.” Ha cominciato a sentirsi parte di qualcosa solo quando, durante gli studi di legge a Bristol, ha iniziato a recitare. “Ho trovato del cameratismo. Quello che attraeva i miei compagni era capire che tipo di infanzia avevamo avuto, per scoprire cosa ci portavamo dentro.

“Ora non sento più questo disagio. Ho trovato qualcuno che mi ama, e ho dei figli, e quindi un mio posto nel mondo. Mi basta questo. Non è così per tutti. Un sacco di attori, ne sono testimone, soffrono gli effetti di essere trattati come divinità: essere investiti del potere assoluto porta assolutamente alla corruzione.” In questo momento, la PR di Isaacs arriva e senza pudore gli mette in mano un’altra tazza di chai latte di quell’altro posto. Scandaloso come gli attori si facciano trattare da divinità, vero?

“Come attore non ho mai voluto quel trattamento. Ho sempre desiderato essere d’aiuto.” Mi ricorda la sua performance di Angels in America di Tony Kushner nella produzione del 1993 al National Theatre, nella quale interpretava l’impiegato gay ebreo Louis Ironson, un uomo che non riusciva ad affrontare la morte del suo amato per Aids. “Ricevo ancora delle lettere, una di una donna la cui sorella è morta di cancro diceva ‘Mi ricordo com’è stato quando hai lasciato il tuo ragazzo in Angels’. Mi fa piacere quando qualcuno mi dice che una mia performance l’ha aiutato.”

È facile dubitarne: recitare non è esattamente una professione in cui ci si prende cura del prossimo. Ma è in parte proprio quello, che muove Isaacs come attore: “Penso che questa serie che sto per girare, Awake, se fatta bene, non solo potrà stimolare e intrattenere, ma anche aiutare le persone. È quello che voglio fare.” In Jackson Brodie c’è più Jason Isaacs di quanto pensiate.

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N.D.T.:

*L’intervista orginale riporta “Kate’s novels, which I listened to as audiobooks long before I got this part” ma essendo Isaacs il lettore di tutti e quattro gli audiolibri nell’edizione Audible, ho preferito riportare l’informazione. Questi audiolibri ve li consiglio di cuore: se volete esercitare le vostre listening skills la sua carezzevole voce sarà un notevole incentivo a provarci. Andrete avanti presi dalla bellezza dei romanzi e dalle sue irresistibili interpretazioni di bambine impertinenti e vecchie zie inglesi.

Intervista tradotta: We’re Hooked on Potter baddie

Intervista originale di Simon Rothstein, pubblicata nel 2003. Non riuscendo a trovarne traccia online, riportiamo il testo originale dopo la traduzione. Ci limitiamo a tradurre il testo per facilitare il pubblico italiano. Tutti i diritti appartengono ai rispettivi proprietari. Siamo disponibili a rimuovere questa nota qualora gli aventi diritto la ritengano lesiva.

Quando si tratta di cattivi inglesi ad Hollywood, non puoi trovare niente di peggio di Jason Isaacs.
Non solo ha tentato di uccidere Peter Pan ed Harry Potter, ma l’attore nato a Liverpool ha anche interpretato un capo ribelle dell’IRA, un ganster gay e un ufficiale dell’esercito inglese sadico, infanticida e che va in giro a incendiare chiese.
Ma in un’intervista esclusiva Jason ci racconta che nella vita reale non è altro che un pappamolle al quale ai fan, delusi, passerà la voglia di chiedere un autografo.
La star ha anche avuto esperienza del lato oscuro della celebrità, e ci racconta della stalker che ha reso la sua vita un inferno negli ultimi otto anni.
E rivela di non essere ancora sposato con la sua partner da 17 anni Emma Hewitt, che lui chiama sua moglie, e che la loro figlia di due anni Lily ha rovinato la sua vita da star.
Quindi andate avanti a leggere per scoprire tutto sull’uomo dentro il costume da Capitan Uncino e Lucius Malfoy, incluso il motivo per cui non ne ha mai abbastanza dei baci cinematografici. 

Cos’è che rende i ruoli da cattivo così allettanti per te?

I ruoli migliori nei film di Hollywood sono sempre quelli da bad guy, mentre gli eroi sono abbastanza insulsi. Quando leggi il copione l’eroe non ha niente di particolare, a parte il fatto che tutte le donne che guardano il film vorrebbero andare a letto con lui. Normalmente non hanno molto da recitare. Sono solo l’irremovibile sex-bomb al centro della storia, mentre i cattivi in genere hanno carattere e creano situazioni estreme. Io non prendo la recitazione troppo sul serio, e la puoi prendere ancora meno seriamente quando ti stai leccando le tue labbra genocidarie… Inoltre non ho scelta riguardo ai ruoli che interpreto, e non penso che le donne guardino i miei film morendo dalla voglia di strapparmi via i pantaloni! Semmai la gente mi vorrebbe vedere gettato in una buca piena di serpenti. Però ho recitato in alcuni ruoli all’estremo opposto – in genere preti o soldati con grande senso della morale.

Sappiamo tutti quanto diabolico tu sia sullo schermo, ma come appari nella vita reale?

Sono un vero sfigato, un pappamolle. Penso che quella roba forte sullo schermo rimarrà solo un sogno irraggiungibile. C’era un tizio che faceva un lavoro di muratura a casa mia, una volta. Telefonai a sua moglie per saldare il conto e lei disse: “Le ha chiesto un autografo?” Fui piuttosto shockato dato che non avevo realizzato che lui sapesse che ero un attore, ma lei disse: “È un suo grande fan. Ha tutta la sua roba su video e foto di lei sul muro.” Dissi: “È strano, perché non ha accennato alla cosa?” E lei rispose: “Oh, beh, probabilmente è perché… oh, non dovrei dirlo.” Dopo che le dissi che non avrebbe urtato i miei sentimenti, rispose: “Beh, è perché è rimasto deluso nell’incontrarla e vedere che era un po’ un mollaccione.”

Ora ci puoi assicurare che è vero che tutte le ragazze amano il bad boy, specie quelli con accento inglese?

Ho ricevuto diversi strani feedback, mi sono arrivate un sacco di bizzarre fotografie oscene. La gente fantastica sui personaggi cattivi in maniera incredibile. Mi ricordo che girai un episodio dello show per la tv Civvies dove picchiavo mia moglie, e ricevetti lettere da donne che dicevano “Non avrebbe mai dovuto parlarti in quel modo. Amo gli uomini che sanno essere risoluti.” Risposi con il numero di telefono dell’assistenza per le vittime di violenze. Ma le donne che amano i cattivi ragazzi rimangono molto deluse quando mi rivelo essere premuroso e riguardoso, in carne ed ossa – sperano che stia per trascinarle per i capelli in una caverna.

Come hai conosciuto Emma, da quanto siete insieme e che cosa fa lei?

Emma faceva dei documentari, ma ora ha orgogliosamente annunciato che non intende più lavorare finché campa quindi farei meglio a darmi da fare per darle una vita dignitosa. Ci siamo conosciuti alla scuola di arte drammatica, e stiamo insieme da 17 anni. Attualmente non siamo ancora sposati, benché ci chiamiamo l’un l’altra marito e moglie altrimenti la gente lo troverebbe strano. È piuttosto bizzarro chiamare una “la mia ragazza” quando avete un bambino. Io le ho fatto la proposta e, stranamente, Emma ha accettato, ma tutte le volte che cominciamo a pensare di organizzare il matrimonio mi danno una parte. Quindi ci sposeremo un giorno, probabilmente quando Lily tornerà da scuola e dirà: “Voi due dovete sposarvi, mi state davvero mettendo in imbarazzo”.

Come ti ha cambiato il diventare padre?

Vorrei aver creato una famiglia prima, è la cosa migliore che abbia mai fatto. Non so che c**** stessi facendo nei miei trent’anni – ero sempre a cercare il party migliore, un ristorante più stravagante o un percorso più lungo sul campo di golf. Ma ora che ho Lily non esco, sono l’opposto di un vampiro perché mi si vede solo durante il giorno.

Hai passato un periodo davvero difficile con una stalker. Ci puoi raccontare cosa successe?

Ho avuto una stalker negli ultimi otto anni, e l’ho portata in tribunale un sacco di volte per rafforzare l’ordinanza restrittiva. Quando questa scadeva, lei ricominciava a mettersi in contatto con me immediatamente, minacciosamente, ossessivamente e costantemente. Gli amici mi prendono in giro per questo, ma poi spiego com’è avere qualcuno che sta davanti alla tua porta a bussare nelle prime ore del mattino e subito il gelo cala sulla stanza. Non è tutto questo divertimento avere una stalker. È un grosso disturbo per noi e spero che riceva dell’aiuto psichiatrico, l’ultima volta mi sembra ne avesse l’intenzione. Il miglior consiglio che ti può dare la polizia è “muoversi tra varie case, cambiare tutti i tuoi numeri di telefono e cambiare lavoro”. Ma nessuna di queste cose si applica ad un attore. Avevo considerato l’idea di fare teatro, ma poi lei è semplicemente venuta in teatro. Sono stato in America e in Australia per un anno e mezzo e quando ho lasciato l’Inghilterra lei era sotto un’altra ordinanza restrittiva. Ma non so quello che succederà in futuro. È un bel po’ di strada per lei adesso, allora eravamo solo a due ore di treno da dove abitava prima in Inghilterra. Quello che era davvero strano è che stavo via di casa per sei mesi o un anno a girare film e poi ricominciava tutto di nuovo il giorno stesso in cui tornavo. Ho pensato: “Wow, se ne sta tutti giorni a guardare nella mia strada?” Non sapevamo chi fosse i primi anni, prima che la polizia la rintracciasse. Ora fa un certo effetto sapere il suo nome, indirizzo e storia personale. Cominci a pensare, “Magari potrei cominciare a perseguitare TE”. Ma in quel momento cominci a diventare matto come loro. 

È strano andare su Internet e vedere centinai di siti dedicati a te?

Assolutamente. Se avessi tanto successo quanto suggerisce la mia presenza su Internet sarei un incrocio tra Tom Cruise e Marilyn Monroe. Si trova perfino un pupazzetto di me nei panni del travestito di Sweet November. Ricevo le lettere di fan più carine che si possa immaginare. E quando sono in lista per un premio, tutti i miei fan votano on-line e poi si vantano tra di loro di quante migliaia di volte hanno cliccato il mio nome. Le loro dita staranno sanguinando! I miei fan sono davvero fantastici. Fanno dei lavori a maglia per me e mandano regali per Emma e Lily. Mi sento in colpa perché non m’impegno seriamente a rispondere alla posta dei miei fan o a fare qualcosa di più che mandare solo fotografie, specialmente da quando è successo il fatto della stalker. Non sono disposto a spedire risposte personali perché se uno su 10’000 dà di matto allora è meglio non rispondere del tutto. È un vero peccato perché gli altri 9’999 sono persone veramente adorabili. Negli USA un sacco di star non rispondono alla posta dei fan come politica personale proprio per questa ragione. Ma quando ogni tot anni trovo qualcuno che mi aiuti a sbrigare gli arretrati, la maggior parte della gente che riceve una risposta o ha completamente dimenticato chi sono o sta in una casa di riposo.

Peter Pan ha avuto un enorme successo al botteghino e sembra destinato ad averlo anche in DVD. Perché pensi che sia una storia così longeva?

Perché tutti sono spaventati dall’idea di invecchiare. Quando sei un bambino, da una parte non vedi l’ora di diventare grande, ma dall’altra questo ti terrorizza. Poi quando cresci non sei del tutto sicuro di come comportarti, dato che non ti senti davvero maturo, in quel momento. Penso che la storia funzioni perché non tratta i bambini in maniera paternalista, fu scritta in un’epoca in cui si pensava che non si dovesse per forza essere gentili con loro. Quindi è abbastanza brutale e dark e i bambini della storia sono egoisti e cattivi. Lo stesso Peter Pan è un personaggio piuttosto perfido, infatti quando il libro fu scrito per la prima volta non c’era nessun Capitan Uncino – Peter Pan era sia il buono che il cattivo. In più la storia ha sempre funzionato per ogni fascia d’età. Quando ho visto il film con un gruppo di altre persone, ai bambini di 3-4 anni sono piaciute la bella fotografia e le fate, quelli di 7 anni hanno apprezzato le scene di combattimento con le spade e i 12enni erano completamente assorbiti dalla storia romantica tra Peter e Wendy. Poi c’erano gli adulti che stavano piangendo dalla nostalgia per la loro perduta giovinezza – e i ragazzini non riuscivano a capire che diavolo prendesse ai loro genitori!

Ti è piaciuto lavorare con Jeremy Sumpter – il giovane attore che interpreta Peter?

Sì, è stato grande, finché non mi ha quasi ucciso. Stava sempre a chiedere di usare spade di metallo, che sono molto più leggere delle spade di sicurezza avvolte in gomma che io insistevo per usare. Avevo vinto la discussione, e un istante dopo ci fu un terribile incidente, in cui se avessimo usato spade vere uno di noi sarebbe rimasto decapitato o accecato. Jeremy è un ragazzo molto dolce e fu davvero affranto… fino alla mattina dopo. Allora fu come se niente fosse successo e ricominciò a chiedere di usare le spade vere. Una volta mi colpì di brutto! Fece una doppia piroetta e un doppio rovescio con la spada e mi prese dritto in faccia. I miei piedi si staccarono dal suolo, volai all’indietro dall’altra parte della nave e la mia testa si gonfiò immediatamente come una zucca. Non potemmo riprendere per tutto il resto della giornata, e il povero ragazzo era emotivamente addolorato più di quanto io lo fossi fisicamente. Non era colpa sua – certe volte le cose vanno male nelle coreografie di combattimento – ma si sentiva incredibilmente colpevole. Poi la mattina dopo dovemmo riprendere da dove avevamo lasciato e lui ricominciò immediatamente con il solito “Dai, usiamo le spade vere!”

È stato difficile lavorare con un cast di bambini? È stata dura tenerli su di giri?

Le cose si fanno molto lunghe con i bambini se questi non hanno tutti la stessa capacità di recitare, ma quando prendono il ritmo sono assolutamente fantastici. Una delle cose complicate di Peter Pan fu la legge sul lavoro che imponeva che i bambini potessero girare solo per un numero limitato di ore. Quando si arrivò a dover volare – che è davvero doloroso – ero lassù in aria che dondolavo in giro quando Jeremy volle fare una pausa e fu rimpiazzato dalla sua controfigura. Così io me ne stavo lassù tutti i giorni sospeso per le mutande in un enorme spartichiappe, mentre Jeremy era fuori a giocare a basket. Quand’ero alla scuola di Arte Drammatica facevo abitualmente l’intrattenitore alla feste per i bambini, e di questo ho fatto buon uso sul set. È un’impresa piuttosto ardua fare un grande film come questo e si può creare della tensione, così sentii che era mia responsabilità accertarmi che i bambini si divertissero. Diventai il clown del set. Ogni volta che potevo cadere, cadevo e chiunque potesse essere preso in giro, lo prendevo in giro. Specialmente le persone più serie, per le quali inventai soprannomi osceni. C’era un pirata enorme e davvero spaventoso, grosso come Arnold Schwarzenegger, che rinominai “tette da maschio”. Ho cercato e trovato un modo diverso per dire “seno” in ogni singola frase, che dicevo forte sperando che lui non lo notasse, mentre i bambini piangevano dal ridere. Non l’ha mai scoperto. Se chiedesse qualcosa io non ve ne ho mai parlato, ok?

Sei preoccupato che i bambini più piccoli ti odino ora che hai tentato di uccidere Peter Pan e Harry Potter? E se potessi sceglierne uno, quale uccideresti?

No, i bambini amano il cattivo, è quello che vorrebbero essere. Vogliono il costume di Capitan Uncino per mascherarsi da pirata. E poi ho interpretato anche il dolce padre di Wendy, Mr Darling – e somiglio molto di più a lui che ad Uncino. Se potessi scegliere ucciderei Harry Potter, perché Lucius Malfoy non vede l’ora di vederlo morto. Capitan Uncino non vuole veramente uccidere Peter Pan, perché non ha la minima idea di quello che farebbe dopo. Si alimentano l’uno con l’altro. Dovete porvi questa domanda – come si chiamava prima che perdesse la mano? Inviate la risposta su una cartolina, grazie.

Com’è Capitan Uncino rispetto ad altri cattivi cinematografici? Quali sono i tuoi cattivi preferiti in assoluto?

Capitan Uncino non è realmente così malvagio, mi dispiace per lui – è solo un perdente! Prima ancora che la storia cominci ha già perso la mano, quindi è chiaro che non è proprio un asso della scherma. E i soli che riesce ad ammazzare sono i suoi stessi pirati. Sono stato davvero fortunato a poter interpretare questi grandi cattivi. Quello che mi spaventava di più quando ero bambino era il Child Catcher di Chitty Chitty Bang Bang. È per questo che ho cercato di dare a Lucius Malfoy un tono lamentoso, perché la sua voce ha risuonato per tutta la mia infanzia. Ero spaventato anche dalla Strega Malvagia dell’Ovest, ma adesso mia figlia di due anni guarda Il Mago di Oz e le è completamente indifferente, pensa che sia divertente. Così ora mia figlia sa che razza di pappamolle sono.

Lily ha già visto qualcuno dei tuoi film? È spaventata da te?

Eravamo in un centro commerciale quando aveva circa 19 mesi e stavano dando Peter Pan. Vedemmo la scena in cui i bambini stanno volando e a lei piacque e cominciò ad urlare, “Guarda – bambini e bambine che volano in cielo!” Poi comparve Capitan Uncino, ed io pensai “Sarà meglio che esca, potrebbe agitarsi”. Ma si intravide per un secondo e lei urlò, “Guarda – papà mascherato!” Non sono preoccupato che Lily sia spaventata da me, ma che lei ed Emma prima o poi realizzino che sono patetico e siano imbarazzate dal mio (piuttosto stupido) lavoro.

Il ruolo che ti ha fatto scoprire in America è stato quello dell’ufficiale britannico ne Il Patriota con Mel Gibson, dove hai ucciso bambini e incendiato chiese. Non ti sei mai preoccupato di dare una brutta reputazione di noi inglesi?

Diavolo, no. Era piuttosto strano per me il fatto che quando ho cominciato a rilasciare interviste per il film in America la gente mi facesse sempre la stessa domanda, “Pensi che questo ti farà diventare impopolare in Gran Bretagna?” Sul momento pensai “non diciamo stupidaggini”, non è mai stato un reato bruciare la bandiera in Inghilterra, conosciamo benissimo molte delle cose che ha fatto il nostro impero e penso che molta gente se ne vergogni abbastanza. E in un film sulla guerra di Indipendenza chi saranno i cattivi, se non gli Inglesi? Non è una storia sui trafficanti di droga colombiani! Ma mi sbagliavo e mi piovve addosso un sacco di m**** quando tornai. È stato bizzarro anche perché il personaggio che interpretavo era vagamente ispirato su un soldato inglese realmente esistito il cui soprannome era “Il Macellaio”, e che divenne famoso per il fatto di massacrare tutti i suoi prigionieri. Quindi non è che stessi interpretando Gandhi mentre facevo tutte quelle cose. 

Eri già un fan dei libri di Harry Potter prima che ti dessero la parte di Lucius Malfoy?

No, infatti pensai che fosse un po’ strano. Ancora non riuscivo a capire perché così tanti adulti leggessero libri per bambini. In realtà lo feci per Lily e i miei figliocci. Lily non sapeva neanche parlare, era ancora nella pancia di Emma, ma i miei sette figliocci mi spronarono molto. Stavo pensando di non accettare il ruolo, ma appena lo seppero mi telefonarono tutti insieme assolutamente furiosi, sputando sangue. La minaccia che usarono contro di me fu “Lily non ti perdonerà mai quando crescerà”. Così lessi i primi quattro libri, e sono fenomenali. Sono stato sveglio per due notti di seguito e li ho letti tutti dall’inizio alla fine. È stato come mangiare quattro enormi tavolette di cioccolato e poi abbassare lo sguardo sugli incarti e pensare, “ma che diavolo è successo?” Ora tutte le volte che esce un nuovo libro nessuno di noi attori riesce ad aspettare un minuto prima di metterci le mani sopra. Fingiamo che sia perché vogliamo vedere come procede la storia ma quello che stiamo veramente pensando è “ma io ci sono”?

Il tuo personaggio non c’è in Harry Potter e il prigioniero di Azkaban. Ritornerai per il quarto o il quinto film?

Faccio una piccola apparizione nel quarto film, per ricordare alla gente che esisto ancora, ed ho un po’ più da fare nel quinto film. Per essere onesto avevo pensato che non volevo esserci del tutto nel quarto film, ma sarà carino tirare fuori la parrucca dalla naftalina ed iniziare il lento riscaldamento per il quinto film dove ho un po’ di roba abbastanza piccante e interessante. Sto aspettando con ansia di girarlo, sempre che tutti gli altri siano d’accordo nel farlo. Per quel che ne so i ragazzi potrebbero essere sposati e con figli loro. 

C’è stata della competizione sul set di Harry Potter tra te e Alan Rickman su chi dei due sia il più cattivo?

Oh no, mi chinerò sempre a baciare la suola dei suoi stivali. Penso che sia assolutamente sensazionale. Ma il Professor Piton non è tanto cattivo quanto Malfoy.

Tu, Alan e gli altri attori inglesi passate del tempo insieme quando siete ad Hollywood?

No, non proprio. L’ultima cosa che vuoi fare quando arrivi ad Hollywood è appiccicarti a qualcuno che ti chiami per una birra calda e per guardare il campionato di calcio alle quattro del mattino. Non sono più andato a trovare i miei amici – siamo sparsi per tutto il mondo a fare cose diverse – quindi grazie, Dio, per Internet e i messaggi istantanei.

Secondo uno dei tuoi fan site, sei morto sullo schermo 14 volte, inclusa la doppietta nello show per la TV Taggart. Hai una morte preferita?

Mi piace Event Horizon (Punto di non Ritorno), tutte le volte che ho lavorato con il regista Paul Anderson lui ha sempre trovato un bel modo di uccidermi. Essere completamente sventrato e avere i tuoi organi strappati fuori – come mi succede in Event Horizon – è davvero meraglioso. Ne fecero anche delle inquadrature più macabre in primo piano che non furono incluse nel film, perché la gente ammutoliva mentre le guardava al test screening ed era così disgustata che restava distratta per il resto del film. Ho una morte grandiosa anche in una serie tv britannica chiamata Dangerous Lady. È una storia di gangster nella quale io interpreto un criminale gay e Susan Lynch interpreta mia sorella. Sono morto con lei che piangeva su di me e le sue lacrime che si infrangevano sul mio viso quando ho esalato l’ultimo respiro. La sua performance fu così fantastica che tira le quoia fu quasi bello. L’episodio di Taggart fu un grande punto di svolta nella mia carriera perché dovevo interpretare due gemelli identici, uno buono e uno cattivo, e prima avevo interpretato solo dei buoni.

Hai fatto il pieno anche di baci cinematografici, qual è il tuo preferito?

Oh, santo cielo! Sono tutti baci gratuiti, e per un uomo che ha una relazione di 17 anni, sono stupendi! Mi piacciono tutti, anche il bacio appassionato con Daniel Craig nello spettacolo teatrale Angels in America fu un bacio gratuito. Ho appena girato alcuni episodi di The West Wing nel quale Donna mi considera un bel pezzo di figo – così ho baciato appassionatamente Janel Moloney. Lo show è sensazionale, è il miglior programma della tv americana. Nello show Donna e Josh sono la coppia della grande storia d’amore impossibile, ma improvvisamente io ci metto il dito. Potrebbe diventare il mio ruolo più impopolare! Persino mentre la stavo baciando potevo immaginare me stesso che guardavo la scena urlando “noooo!”

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Articolo originale:

We’re Hooked on Potter baddie

By SIMON ROTHSTEIN (2003)

When it comes to British villains in Hollywood you don’t get much badder than Jason Isaacs.
Not only has he tried to kill Peter Pan and Harry Potter, but the Liverpool born actor has also played an IRA warlord, a gay gangster and a sadistic baby-killing church-burning army officer.
But in an exclusive interview Jason told us he is such a wimp in real-life that disappointed fans won’t even ask for an autograph.
The star has also experienced the darker side of fame, telling us about the stalker who has made his life hell for the last eight years.
And he revealed why he’s still not married to his partner of 17 years Emma Hewitt, who he calls his wife, and how their two-year-old daughter Lily has ruined his celebrity lifestyle.
So read on to find out all about the man inside Captain Hook and Lucius Malfoy’s costumes, including why he can’t get enough of on-screen kisses.

What makes villainous roles so appealing for you?

The best roles in Hollywood movies are always the bad guy, as heroes are pretty bland characters. When you read a script the hero doesn’t have anything about him other than the fact that all the women watching the film should want to sleep with him. They don’t normally get to do much acting. They’re just the rock steady sex-bomb at the heart of the story, whereas the bad guys usually have extreme characters and situations. I don’t take acting very seriously, and you can take it even less seriously when you’re licking your genocidal lips. Also I don’t have a choice about the roles I play, as I don’t think women watch my films desperate to rip my clothes off! People would rather see me thrown into a pit full of snakes. I have played a few roles at the very opposite end of the spectrum though – usually priests or very moral soldiers.

We all know how evil you are on screen, but what are you like in real life?

I’m a real pushover and a wimp. I think the tough stuff on screen is just wishful thinking. I had a guy doing building work at my house once and I phoned his wife to settle the bill and she said: “Did he ask you for an autograph?” I was rather shocked as I didn’t realise he even knew I was an actor, but she said: “He’s a big fan of yours. He’s got all your stuff on video and pictures of you on the wall.” I said: “That’s weird, why wouldn’t he mention it?” And she replied: “Oh well, it’s probably because… I better not say.” After I said it wouldn’t hurt my feelings she told me: “Well it’s because he was disappointed meeting you, as you were a bit of a wimp.” 

Have you found it’s true that every girl loves the bad boy – especially those with British accents?

I do get some strange responses, I’ve been sent lots of bizarre obscene photographs. People fantasise about bad characters to an amazing degree. I remember doing an episode of the TV show Civvies where I beat my wife, and I got letters from women saying, “she should never have spoken to you like that. I love a man who is firm”. I wrote back with the phone numbers of battered women’s charities. But the women that love bad boys are very disappointed when I turn out to be caring and considerate in the flesh – they hope that I’m going to drag them by their hair into a cave.

How did you meet Emma, how long have you been together and what does she do?

Emma was a documentary maker, but she’s now proudly announced that she’s never going to work again as long as she lives so I better make a decent living. We met at drama school, and have been together for 17 years. We’re not actually married, although we call each other husband and wife otherwise people get rather peculiar. It seems a bit weird to call someone your girlfriend when you have a child. I have proposed and, bizarrely, Emma accepted, but every time we think about arranging a wedding I get a job. So we will get married one day, probably when Lily comes back from school and says: “You two have to get married, you’re really embarrassing me.”

How has fatherhood changed you?

I wish I’d started a family earlier, it’s the best thing I’ve ever done by far. I don’t know what the f*** I was doing in my 30s – I was always chasing a better party, a more extravagant restaurant or a longer drive on the golf course. But now I’ve got Lily I don’t go out, I’m the opposite of a vampire because I’m only seen during the day. 

You’ve had a very difficult time with an obsessive female fan? Can you tell us what happened?

I’ve had a stalker for the last eight years, and I’ve had her taken to court a number of times to enforce restraining orders. When they wear off, she starts getting in contact again immediately, threateningly, obsessively and constantly. Friends make jokes about it, but then I explain what it is like having someone standing outside your door banging in the early hours of the morning and suddenly a chill goes over the room. It’s not that much fun having a stalker. It’s very disturbing for us and I hope she gets some psychiatric help, but she was meant to have that last time. The best advice the police can give is “move houses, change all your phone numbers and switch jobs”. But none of that applies to an actor. I toyed with the idea of doing theatre, but then she’d just come to the theatre. I’ve been in America and Australia for a year and a half and when I left England she had another restraining order put on her. But quite what will happen in the long run I don’t know. It’s a long way for her to come, but then we were a two-hour train ride from where she lived in England before. What was really strange was I’d be away from home for six months or a year filming and then it would start again the day I got back. So I thought: “Wow, is she just standing in my street every day watching?” We didn’t know who she was for the first few years, until the police caught her. Now it’s weird knowing her name, address and life story. You begin to think, “maybe I should start stalking you”. But then you start becoming as mad as they are.

Is it strange going on the Internet and seeing hundreds of fan sites dedicated to you?

Definitely. If I was as successful as my presence on the Internet suggests then I’d be a cross between Tom Cruise and Marilyn Monroe. There is even a doll available of me in drag in the film Sweet November. I get some of the nicest fan mail you could imagine. Also when I’m up for an award, my fans all vote online and then they’ll boast to each other about how many thousands of times they’ve clicked my name. Their thumbs must be bleeding! My fans really are fantastic. They knit things for me and send presents to Emma and Lily. I feel guilty because I don’t get around to answering fan mail or do more than just send photographs, especially since the stalking thing happened. I’m loath to send personalised replies because if one in 10,000 turns into a loony then you’re better off not answering at all. It’s such a shame because the other 9,999 are really lovely people. In America a lot of stars don’t answer any fan mail ever as a matter of policy for that reason. But once every few years I get somebody in to help me clear the backlog, so most of the people who get a reply have either completely forgotten who I am or are in geriatric homes.

Peter Pan was a huge box office hit and looks set to be a smash on DVD too. Why do you think it is such an enduring story?

Because everybody is scared of getting old. When you’re a kid, on the one hand you’re desperate to be older, but on the other you’re terrified of it. Then when you do get older you aren’t really sure how to behave, because you don’t actually feel old. I think the story works because it doesn’t patronise kids, it was written in an era when they didn’t think that you should be gentle with them. So it’s really quite vicious and dark and the children in it are selfish and villainous. Peter Pan himself is quite a mischievous character, in fact when the book was first written there was no Captain Hook – Peter Pan was the bad guy and the good guy. Also the story has always worked for every age group. When I saw the movie with a group of people, the three and four-year-olds loved the pretty pictures and the fairies, the seven-year-olds really liked the sword-fighting and the flying and the 12-year-olds were completely into the romance between Peter and Wendy. Then there were the grown-ups who were crying with nostalgia and loss of youth – and the kids didn’t know what the hell was going on with their parents!

Did you enjoy working with Jeremy Sumpter – the young actor who played Peter Pan?

Yes, he’s great although he did nearly kill me. He would always ask to use metal swords, as they were much lighter than the ‘safe’ swords wrapped in rubber I insisted on using. I would win the day, then instantly afterwards there would be some terrible accident where if we’d used metal swords one of us would have ended up decapitated or blinded. Jeremy is a very sweet boy and he’d be really distraught and apologetic… until the next morning. Then it would be as if it never happened and he’d want to use metal swords again. One time he knocked me out cold! He did a double-pirouette and a double-backhand with the sword and hit me right in the face. My feet left the ground, I flew backwards towards the other side of the ship and my face immediately blew up like a pumpkin. We couldn’t film for the rest of the day, and the poor kid was in worse emotional pain than I was physical pain. It wasn’t his fault – things go wrong in fights all the time – but he felt so incredibly guilty. Then the next morning we had to continue where we left off and he immediately went into his “come-on, let’s use metal swords” routine.

Was it difficult working with a cast of children? Was it down to you to keep them entertained?

Things take a lot longer with children as they don’t have the same skills at faking it, but it means when they get it right they’re absolutely fantastic. One of the tricky things on Peter Pan was that labour laws meant the children could only work for limited hours. When it came to flying – which is really painful – I was up in the air hanging around while Jeremy would take a break and be replaced by his double. So I’d be up there all day suspended by my undies with a giant wedgie, while Jeremy was off playing basketball. When I was at drama school I used to be an entertainer at children’s parties, and I put that to good use on set. It’s a pretty serious endeavour making a giant movie like this and things can get tense, so I felt it was my responsibility to make sure the kids had a really good time. I became the set clown. Anything I could fall over, I fell over and anybody that could be made fun of I made fun of. Especially the more serious people, who I made up obscene nicknames for. There was a huge very scary pirate, built like Arnold Schwarzenegger, who I called “man breasts”. I’d try and find a way to fit a different word for breasts into every single sentence I said out loud hoping he wouldn’t notice, while the kids cried with laughter. He never found out, I wouldn’t be talking to you if he had!

Do you worry young kids hate you now you’ve tried to kill Peter Pan and Harry Potter? And if you could take one of them out who would it be?

No, kids love the bad guy, that’s who they want to be. They want the Captain Hook costume and to dress up as pirates. Also I played Wendy’s sweet dad Mr Darling – and I look more like him than Hook. If I had the choice I think I’d kill Harry Potter, because Lucius Malfoy is desperate to see the end of him. Captain Hook doesn’t really want to kill Peter Pan, because he doesn’t have a clue what would happen to him. They live and feed off each other. You have to ask yourself this question – what was his name before he lost his hand? Answers on a postcard please.

How does Captain Hook compare to film’s other famous baddies? Who are your all-time favourite villains?

Captain Hook really isn’t that evil, I feel sorry for him – he’s such a loser! Before the story even begins he’s already lost his hand, so he’s clearly not that much cop in the sword-fighting stakes. And the only people he manages to kill are his own pirates. I’ve been really lucky to play some great bad guys. The one that scared me most when I was a kid was the Child Catcher in Chitty Chitty Bang Bang. That’s why I tried to give Lucius Malfoy a whining tone, because that voice resonated throughout my childhood. I was also scared of The Wicked Witch Of The West, but now my two-year-old daughter watches The Wizard Of Oz and is completely unperturbed by her, she thinks she’s funny. So now my daughter knows how much of a wimp I am. 

Has Lily seen any of your films yet? Is she scared of you?

We were in a shopping centre when she was about 19 months and Peter Pan was playing. We saw the scene where the kids were flying and she loved it and started shouting, “look – boys and girls flying in the air!” Then Captain Hook came on, and I thought “I better get out as this will be scary for her”. But it came on for a second and she shouted, “look – daddy dressed up!”I’m not worried that Lily will be scared of me, but that her and Emma will think I’m pathetic and be embarrassed of my rather stupid job. 

Your breakthrough role in America was as a British officer in Mel Gibson’s The Patriot where you killed babies and burned down churches. Did you ever worry about giving us Brits a bad name?

Oh hell no. It was rather weird for me as when I started doing interviews for the film in America people asked me the same question, “do you think this is going to make you unpopular in Britain?” At the time I thought “don’t be silly”, as it’s never been an offence to burn the flag in England and we know full well some of the things our Empire did and I think a lot of people are rather ashamed of it. And in a film about the American War Of Independence who are going to be the bad guys, if it’s not the Brits? It’s not a story about Columbian drug lords! But I was wrong and I hit a complete sh**-storm when I came back. It was more bizarre as the character I was playing was loosely based on a real-life English soldier whose nickname was The Butcher and became famous for slaughtering all of his prisoners. So it’s not like I was playing Ghandi and doing all those things.

Were you a fan of the Harry Potter books before you took on the role of Malfoy?

No, in fact I thought it was rather weird. I couldn’t really understand why so many adults seemed to be reading children’s books. I actually did the role for Lily and my godchildren. Lily wasn’t quite speaking at that time, she was still in Emma’s tummy, but my seven godchildren pushed me into it. I was thinking of not doing the role, but when word got out they all phoned me up absolutely furious and spitting blood. The threat they used against me was, “Lily will never forgive you when she grows up”. So I read the first four books and they are phenomenal. I stayed up for two nights running and read them all from cover to cover. It was like eating four enormous bars of chocolate and then looking down at the wrappers and thinking, “how the hell did that happen?” Now each time a new book comes out we all can’t wait to get our hands on it. We pretend it’s because we want to see where the story is going but what we’re really thinking is “am I in it?”

Your character isn’t in Harry Potter And The Prisoner Of Azkaban, but are you coming back for the fourth or fifth films?

I make a tiny cameo appearance in the fourth film, to remind people that I still exist as I have a bit more to do in the fifth one. To be honest I thought I wouldn’t get to be in the fourth film at all, but it will be nice to get the wig out of mothballs and start the slow warm-up for number five where I have some rather juicy and lovely stuff. I’m looking forward to it, as long as everyone else agrees to do it. For all I know the kids could be married with children by then.

Was there any competition between you and Alan Rickman on the set of Harry Potter over who is the most evil?

Oh no, I would always lie down and lick the bottom of his boots. I think he’s absolutely sensational. But Professor Snape is not as evil as Malfoy is.

Do you, Alan and all the other British actors stick together in Hollywood?

No, not really. The last thing you want to do when you arrive in Hollywood is hook up with someone who takes you for a warm beer and to watch Premiership football at four in the morning. I never get to see my best friends anymore – we’re spread all over the world doing different things – so thank god for the Internet and instant messaging.

According to one of your fan sites you’ve died on-screen 14 times including twice in the TV show Taggart. Do you have a favourite death?

I liked Event Horizon, every time I worked with the director Paul Anderson he’d always try and find a great way to kill me. To be completely gutted and have your organs pulled out – as happened to me in Event Horizon – is rather marvellous. They did much more gruesome close-up shots of it that weren’t included in the film, because people gagged watching them at the test screening and were so revolted by it they were distracted for the rest of the movie. I also had a great death in a British TV series called Dangerous Lady. It was a gangster show where I played a gay crime lord and Susan Lynch played my sister. I died with her crying over me and her tears splashing down on my face as I exhaled my last breath. Her performance was so fantastic it made dying almost beautiful. That Taggart episode was a big turning point in my career as I got to play identical twins, one good and one bad, and before then I’d only played good guys.

You’ve had plenty of on-screen kisses too, what’s your favourite?

Oh blimey! They’re all free kisses and for a man who has been in a relationship for 17 years they’re marvellous! I love them all, even snogging Daniel Craig in the play Angels In America was a free kiss! I’ve just filmed some episodes of The West Wing, where I’m a little bit of totty for Donna – so I’ve been snogging Janel Moloney. The show is sensational, it’s the best programme on American telly. In the show Donna and Josh are the great unconsummated love story, but I suddenly stick my oar in. It could be my most unpopular role yet! Even when I was kissing her I could imagine myself watching it screaming “noooo!”