Fan-reportage: StarCon Italia 2018
Tornate con me a sei mesi fa, al 26 maggio, a quando molte di noi fortunate ragazze del Jason Isaacs’ Italian Fanclub abbiamo incontrato Jason per la prima volta. Scoprite di come il ruolo di Capitano gli andasse stretto (non solo per colpa del costume di scena), del suo modo di intendere la recitazione, della nascita del look di Lucius Malfoy…
Jason ha scostato il tendone facendoci entrare nel mondo delle meraviglie dietro le quinte.
E si è rivelato, fuori dal palco, più affascinante del suo miglior personaggio.
L’annunciazione
Ho ancora lo screenshot della newsletter della StarCon che ho mandato immediatamente a mio marito. Il messaggio era breve e incisivo: “Ci andiamo, VERO?!”
C’è voluto qualche minuto per normalizzare la respirazione. La sera stessa ho acquistato gli ingressi e prenotato un delizioso B&B, per far felice anche il mio accompagnatore, pensando che sarebbe stato contento di parcheggiarsi a bordo piscina per tutta la durata della convention. Mi sbagliavo, voleva partecipare, forse anche per controllare che non gettassi teatralmente la fede nuziale per buttarmi tra le braccia di un certo ospite…

Per un paio di mesi ho girato con un sorriso da scema stampato in faccia. Camminavo a una spanna da terra, in preda a un’incontenibile e perenne euforia, al pensiero di quello che stava per accadere. Mi sembrava incredibile. Già l’anno prima la StarCon mi aveva fatta tornare bambina portando in Italia Doc Christopher Lloyd, icona della mia trilogia preferita di sempre. Ma Isaacs?! Nooo, Isaacs è un sogno, è l’uomo perfetto, è un Semidio dal sorriso sfolgorante, cioè… esiste solo nella fantasia. E se esiste davvero, non respira la mia stessa aria, non calpesta il mio stesso suolo, è inconcepibile trovarselo davanti, guardarlo senza la mediazione di uno schermo, ascoltarlo, toccarlo… toccarlo?!? Un pensiero troppo conturbante!
Perdonatemi. Lo confesso: sono una fan scatenata di Jason Isaacs dal 2002, quando mi folgorò la sua interpretazione del sadico Tavington de Il Patriota, e sono anche una fervente potteriana. Voi capite che alla possibilità di incontrarlo di persona, stringergli la mano e – con buona probabilità – cedere a ogni pudore e promettergli amore eterno, la quindicenne che ancora è in me era riemersa prepotentemente e si stava scatenando.
I mesi sono passati in fretta tra binge-watching e scandagliamento compulsivo del web, grazie al quale ho conosciuto un gruppo di persone assolutamente fuori dal comune: le ragazze del Jason Isaacs Fanclub Italia, con le quali ho cominciato subito a collaborare e a condividere di tutto, al limite dello spam! E anche se la nostra crescente ansia quasi non ci ha permesso di crederci davvero fino all’ultimo, alla fine il giorno fatale è arrivato. Esattamente sei mesi fa.
Ci siamo: inizia la StarCon! – Dove scopriamo che Jason Isaacs esiste davvero
A Chianciano incontro per la prima volta dal vivo le amiche conosciute in chat, ed è gioia pura. Ovviamente siamo tutte in preda a un misto di frustrazione per l’attesa, euforia, picco ormonale e terrore puro, ma quasi tutte abbiamo almeno l’età anagrafica di un membro adulto e produttivo della società, quindi cerchiamo, con scarsi risultati, di dissimulare. Le divise della Flotta Stellare e quelle della Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts si sprecano, e colorano la scena. Ci sono i ragazzi di Ritorno al Futuro Club Italiano che ho conosciuto l’hanno scorso, con la loro splendida DeLorean, in brodo di giuggiole per la fantastica Claudia Wells. C’è un Tardis. C’è Dobby! Incontriamo altri ospiti, gironzoliamo tra le bancarelle, intanto il tempo passa lentissimo…! E poi il cuore manca un battito quando lo vediamo arrivare, circondato dai suoi accompagnatori, in jeans e maglietta, barbetta di qualche giorno, bello e raggiante con la sua tazza di ceramica per il tè e il suo zainetto da viaggio. È lui. È davvero lui!
Il trauma della foto, primo momento d’incontro, è ancora vivo… cari organizzatori della Starcon, vi adoro, maledetti sadici. Ma vi pare possibile programmare le cose in questo modo?! Cioè, noialtre ce lo sognamo da anni da una salutare distanza schermo/divano, e voi ci obbligate ad avvicinarci al Divino dopo soli due minuti dall’apparizione mistica?! Da zero a cento, roba da far saltare le coronarie.
L’attesa in fila è infatti anche troppo veloce. Prima di riuscire a farmi coraggio ecco, è già il momento, tocca a me. A me? Io chi? Che? Cosa?! Lo guardo e rimango bloccata come il classico cerbiatto davanti ai fari del tir. Niente ci separa, tranne la mia paralisi agli arti inferiori. Lui mi guarda (oddio, sta guardando ME) e spalanca le braccia sorridendo incoraggiante. A quel punto realizzo – non in maniera razionale, ché il pensiero cosciente è surgelato, ma a un livello più profondo e istintivo del mio essere – che Jason Isaacs esiste davvero, ed è qui!
DEVO andare verso di lui: l’imput nervoso finalmente arriva, compio quei due difficilissimi passi. Poi faccio l’errore, stringendo la mano che lui calorosamente mi porge salutandomi (oddio, lo sto toccando!) di alzare lo sguardo e incrociare i suoi occhi, e per un po’… si fa tutto nero! Black out!! Ci sono (appunto) delle foto a testimonianza del momento, per fortuna, perché il cervello non ha registrato niente se non una pacifica euforia che somiglia – credo – a quella che chiamano estasi mistica. Nota per la prossima volta: indossare occhialetti protettivi per eclisse solare.
Provando a mettere un attimo da parte la mia incontenibile emozione e quindi il mio punto di vista irrimediabilmente parziale, posso comunque dire che Jason Isaacs è stato spettacolare. Credo che nessuno dei visitatori, ed eravamo tanti e ben preparati, si aspettasse di assistere a quello che è successo. Parliamo quindi del suo panel, che forse vi interessa di più dei miei turbamenti interiori (altrimenti poi dovrei pagarvi la seduta e tornare la settimana prossima).
Sì, il panel. Parliamone.
One man show: “Non c’è niente da vedere”
Non ha bisogno di un mediatore, non sta seduto. Non si limita a rispondere alle domande. No: il suo è uno spettacolo vero e proprio. Lo invita sul palco Fabrizio Pucci, uno dei suoi doppiatori storici (Star Trek: Discovery, Morto Stalin se ne fa un altro, Brotherhood) col quale ha un delizioso scambio di battute sul fatto che adora la sua voce e vorrebbe essere sempre doppiato da lui, per favore, che lo preferisca a Hugh Jackman, se si trovassero nello stesso film! Poi Fabrizio lascia il palco e Jason si scatena. Chi se lo aspettava così scoppiettante, così divertente? Non è da tutti tenere un palcoscenico da soli, semplicemente coinvolgendo il pubblico coi propri racconti. Fa scintille e ha una parlantina incredibile.

Aggiungeteci una presenza fisica e una mimica da attore consumato: per prima cosa, Jason si muove un po’ per il palco per farci vedere che c’è ben poco da filmare o fotografare, niente per cui valga la pena sprecare memoria sul telefonino. “Sono solo io, un tizio un po’ attempato in jeans e maglietta”. Come no, Jason, ci hai proprio convinte, se non fosse che dal vivo sembri inquietantemente più giovane e ancora più bello che sullo schermo. “Questo è il mio profilo destro… questo è il sinistro… questo il didietro…” e per un attimo si volta come se niente fosse a mostrarci il suo rimarchevole lato B, facendo spallucce. Che ipocrita.
Si scusa per non avere niente di particolare da farci vedere. Anzi, sì! Qualcosa ce l’ha! Ed estrae un oggettino dalla tasca. Si rimette di spalle, armeggiando a lungo con la maglietta, mentre in platea ci ritroviamo tutte col fiato sospeso perché stiamo intravedendo il suo ombelico, e per la rinnovata visione del suddetto, ribadisco notevole, lato B. Per fortuna riesce a sistemare l’oggetto: noi riprendiamo a respirare e scopriamo che si tratta del suo distintivo da capitano, che – parole sue – è l’unica cosa che è riuscito a rubare dal set di Discovery! “Nel futuro abbiamo questa fantastica tecnologia. I magneti.”

Racconta a lungo del costume da ufficiale della Flotta, e con interessante dovizia di particolari. La tuta era talmente stretta da impedirgli certi movimenti, e fastidiosamente priva di tasche, per cui – vista anche la scarsità di oggetti coi quali interagire – gli attori non sapevano come tenere le braccia per non risultare forzati. All’inizio di una scena, il più svelto si metteva a braccia incrociate, e gli altri non potevano imitarlo… “Quando lo riguarderete, guardate il tizio a braccia incrociate, e sappiate che tutti gli altri lo stanno odiando!”. Descrive l’indossare l’uniforme la mattina come “essere ricoperti da una gomma liquida che col passare della giornata si restringe, una tortura” e racconta che ha sofferto la fame sul set, “perché se mangiavi anche solo un pomodoro, sembrava che aspettassi un bambino! Quella tuta era come un bendaggio gastrico.” Qui si volta verso la cabina di regia a chiedere al suo interprete “Sai tradurre ‘bendaggio gastrico’?”. Il favoloso Paolo Attivissimo, ovviamente, lo sa fare.
Poi interroga i presenti: in quanti avevano capito che… *ALLERTA SPOILER!* …il Capitano Lorca proveniva dall’universo alternativo? Quanti, che l’Imperatore era l’alter-ego del Capitano Georgiou? Alla vista di tante mani alzate ride, dicendo che a quanto pare gli sceneggiatori hanno fatto un pessimo lavoro… o forse siamo noi troppo ferrati su Star Trek e troppo furbi! Per lui la serie, sin dai suoi esordi, è sempre stata innovativa e fenomenale. Discovery, poi, affronta temi a lui molto cari: ci parla di come sia presente un importante messaggio di inclusione. “Per la prima volta abbiamo un Capitano che è una donna asiatica, la protagonista è una ragazza di colore, ci sono due ufficiali che sono una coppia gay…” ma la serie non si basa su questo, racconta altro. I gusti sessuali o la provenienza etnica non sono importanti. L’apparente diversità è invece presentata come normale, dice; dell’equipaggio fanno parte persone di ogni genere, ed è questo il messaggio sotteso e importante.
Jason confessa che il ruolo di Capitano gli andava stretto. Gli si chiedeva di entrare a far parte di una saga storica e molto amata – anche da lui medesimo – e aveva una paura f*ttuta di rovinarla con una performance non all’altezza (sì, gli piace parlare in modo forbito ma anche colorito). Ci rivela di aver riflettuto a lungo prima di accettare, finalmente convinto quando ha avuto più dettagli sulla parabola del suo personaggio, resosi conto che la trama era davvero intrigante. Gli si offriva un ruolo ambiguo, sul tema del doppio, uno dei suoi preferiti: come rifutarlo?
A proposito di buoni e cattivi: sappiamo tutti che sono stati i suoi fantastici villain a renderlo famoso, ma quali ruoli preferisce intrepretare? È una domanda che si pone da solo, perché – dice – preferisce cavarsi subito il dente rispondendo alle domande che gli fanno sempre, così da evitarci l’imbarazzo di porgliele. Risposta: non cambia nulla, per lui. Che il personaggio sia buono o malvagio, ha comunque le sue motivazioni. Sono quelle che lui come attore deve indagare per rendere il personaggio credibile. I cattivi non pensano mai a se stessi come tali: pensano di stare facendo la cosa giusta (per sé o per il loro ideale). “Ricordate Tavington? Non era esattamente un bravo ragazzo, ma cercava di vincere la guerra.”

E Lucius Malfoy? “Oh, lui è un totale sfigato. Fa parte di un’elite che vorrebbe conservare i privilegi perduti cercando di fermare il progresso, quindi ha già perso in partenza. È un classista e un maledetto razzista, ed è completamente succube di Voldermort. È un vigliacco, la sua cattiveria deriva dalla paura: ha paura dei babbani e del progresso.” Uncino invece è un cattivo davvero singolare, perché completamente privo di potere, praticamente farsesco. Quando lo conosciamo ha già perso contro Peter, rimettendoci la mano. Anche lui ha paura dei cambiamenti, dei giovani; è un uomo di mezz’età ossessionato dal ticchettio dell’orologio, che rappresenta la paura di invecchiare, “quindi capirete quanto è stato facile per me interpretarlo!”
Il suo film preferito, tra tutti quelli che ha interpretato, è proprio Peter Pan. Innanzitutto gli ricorda un periodo bellissimo: mentre lo girava ha vissuto per più di un anno con la moglie e la prima figlia, appena nata, in una bella casa sulla spiaggia in Australia. Poi ci racconta di amare moltissimo il modo in cui il film pone l’accento sulla crescita di Wendy. “Il libro s’intitola ‘Peter Pan’ ma dovrebbe chiamarsi ‘Wendy’, è lei il fulcro della storia.” La vicenda infatti può essere letta anche così, come lui suggerisce: parla di una ragazzina che ama le storie di pirati alla quale un giorno dicono ‘Adesso sei grande, è ora di sposarsi e mettere da parte le fantasticherie’. “Ho due figlie adolescenti di 13 e 16 anni e vedo quanto è difficile essere una ragazza al giorno d’oggi, come allora. Pensateci: avete 15 anni e tutto quello che vi va di fare è andare al centro commerciale, e improvvisamente vi dicono che è ora di avere dei bambini vostri!” Quella notte Wendy sogna un mondo in cui i bambini possono decidere di non crescere mai e vivere le più grandi avventure. E in quel sogno c’è un uomo affascinante che somiglia a suo padre: Wendy affronta e supera il complesso edipico. Il film è stato un flop commerciale, ma è diventato un amato classico dei film per ragazzi, ed è rimasto nei cuori di tutte le sue fan per la sua stupenda doppia interpretazione: mite e dolce Mr Darling, sexy e dark capitano Uncino. Ah, questi capitani…!!
Isaacs torna a scherzare raccontando che sul set di Peter Pan, interamente girato all’interno di grandi capannoni su cui picchiava un sole impietoso, abbiano rischiato di finire tutti arrostiti. Il rumore dei condizionatori influiva troppo sul sonoro, quindi mentre si girava dovevano stare spenti. C’è stato qualche svenimento, e lui sotto parrucca, trucco e strati e strati di velluto soffriva come un disperato. Un giorno il regista gli propose di indossare una speciale tuta sotto gli abiti di scena. “Non ho già abbastanza roba addosso?!” Scoprì che si trattava di una speciale muta foderata di tubicini che, riempiti di aria fredda, l’avrebbe rinfrancato tra una scena e l’altra. “A quanto pare l’aveva usata Tom Cruise in qualche Mission: Impossible. Spero tanto che l’avessero lavata!” Per farla funzionare dovevano agganciare il bocchettone dell’aria fredda nel foro d’ingresso posizionato… proprio sul sedere. Un poco imbarazzante, ma… cosa non si sopporta per l’Arte!
A proposito di costumi: stando a quanto racconta Isaacs, è suo il merito di aver creato gli elementi di base del look del fetentissimo Lucius Malfoy. Pare che alla prima prova di trucco gli abbiano fatto provare un completo gessato di taglio classico, da banchiere, e visto che ha dei bellissimi capelli, gli abbiano detto che non aveva bisogno di altro. Al che lui avrebbe protestato sentitamente: “Insomma, ma non è un mago?! Dov’è la magia? E poi è uno snob e odia i babbani, perché dovrebbe vestirsi e pettinarsi come loro?” Jason racconta di essersi fatto dare una parrucca bionda di scarsissima qualità e di essersi buttato un pezzo di stoffa a mo’ di mantello sulle spalle, per presentarsi così al regista Chris Columbus, che a momenti non lo riconosceva. Un po’ perplesso, lo avrebbe lasciato spiegare.
“Vorrei avere un look bizzarro, che rifletta il suo essere nobile e potente, che si distingua”.
“Uhm… ok. E… c’è altro che ti piacerebbe provare?”
“Sì ecco… Mi piacerebbe un bastone!”
“Un bastone?! C’è qualcosa che non va con le tue gambe?” avrebbe chiesto il regista.
“No, no! è solo che mi darebbe un’aria nobile e all’antica. E poi, magari… potrei estrarne la mia bacchetta, come fosse un coltello, hai presente…?”
Jason racconta che il regista (‘un carissimo ragazzo’) a quel punto ha sospirato dicendo: “Credo che i produttori di giocattoli ti adoreranno.”
Ma torniamo a Lorca. La domanda non poteva non essere posta: Lorca tornerà? “Tutto quello che dovete sapere su Lorca è che…” comincia Isaacs, ma… anche se lui parla, dalle casse non esce alcun suono. C’è forse qualche problema col microfono? No, ovviamente ci sta prendendo in giro replicando la famosa scena di Forrest Gump che parla alla folla della guerra in Vietnam! “…e spero che questo vi abbia tolto qualsiasi dubbio”, conclude.

Se non nei panni di Lorca, è possibile che prenda parte alla nuova serie interpretando un altro personaggio? “Oh sì, mi piacerebbe, farei qualunque cosa per tornare! Tranne il klingon. Quei poveracci che interpretano i klingon fanno una vita di m****!” Ci racconta delle alzatacce e delle sfinenti ore di trucco. A quanto pare la testa è così pesante che hanno dovuto nascondergli nel costume un sostegno per il collo, e le maschere non sono abbastanza mobili da permettergli di mangiare, così sono costretti a sorbire dei beveroni e a stare sdradiati per riposare i muscoli delle spalle, durante le pause. Abbiamo capito, Jason. Niente klingon. Certo, a confronto la tua tuta apprezzabilmente stretta non sembra più così tremenda!
Ci racconta anche la storia di come ebbe la parte del dottor Hap in The OA, serie della quale va molto orgoglioso perché la trova “assurdamente innovativa e visionaria”, e della quale aspettiamo l’uscita a breve della seconda stagione. Dice di aver ricevuto i copioni dalla sua agente americana, una sera tardi, con l’ordine di leggerli subito perché alle due di notte il regista lo avrebbe chiamato via Skype. Non voleva farlo, era stanco, ma l’agente lo convinse. Fu tassativa: doveva leggerli, era roba forte, una produzione Netflix. Un altro attore si era tirato indietro e i tempi erano strettissimi: se il provino fosse andato bene doveva partire la mattina stessa per New York. Quindi Jason li lesse, trovò la sua parte della storia estremamente accattivante, fece il provino… e la mattina dopo baciò moglie e figlie chiedendo perdono, perché partiva per cinque mesi. “È la vita dell’attore. Torno appena posso”. A proposito: lui e la moglie hanno appena festeggiato il loro trentesimo anniversario di vita insieme, quindi a quanto pare è stato perdonato. “Appena arrivato a New York ho raggiunto la Grand Central Station e abbiamo girato direttamente la scena del primo incontro tra Hap e Prairie. Quello che vedete ero io, nei miei vestiti, con il mio trolley e un volo di sei ore alle spalle.”
Il personaggio di Hap, uno scienziato che ha dedicato la sua vita allo studio delle esperienze di pre-morte e che non esita a rinchiudere e torturare cavie umane, l’ha molto colpito. Si stupisce che tutti lo etichettino come “cattivo”. “È uno scienziato e persegue forse lo scopo più alto di tutti: liberare l’umanità dalla paura della morte.” Inoltre è evidente il suo tormento interiore, perché non è né un sadico né un uomo privo di morale, ma per la sua ricerca decide di sacrificare anche la sua umanità. “I film che mi piace fare sono quelli che indagano la natura umana. Innescano un dibattito: io cosa farei, in una situazione del genere? Tu, cosa sceglieresti?” Isaacs crede che sia questo lo scopo dell’arte, cinema compreso: indagare e rappresentare le infinite sfumature dell’animo umano. “Forse suona un po’ pretenzioso, da parte mia. Diciamo che mi sento fortunato quando posso fare questo genere di film. Faccio questi, e poi faccio delle cagate per soldi” dice sorridendo.
Non bisognerebbe mai incontrare i propri idoli.
In poco più di un’ora Isaacs ha raccontato questo e molto altro. Ha risposto a tutte le domande con il suo pungente umorismo e con benevola ironia (“Ti ho adorato nei panni di Tavington!” “Dovresti farti vedere da uno bravo.”) Ha anche saputo dire dolcissime parole di conforto a una giovane fan che ha raccontato la sua esperienza di bullismo a scuola, e di quanto sia stata per lei di supporto la passione per la lettura e la rivincita che ottengono i buoni, vessati e malridotti ma vincitori, nella saga di Harry Potter.
Al momento degli autografi, subito dopo il panel, Jason ha dedicato a ogni suo fan il tempo di fargli qualche domanda extra e ha raccontato spontaneamente altre curiosità, elargendo calorose strette di mano e pericolosissimi sorrisi a non finire. Si è complimentato con tutti i cosplayer, mostrandosi sinceramente divertito e grato per gli omaggi ricevuti, e ringraziando i Serpeverde – sottoscritta compresa – di portare con onore lo stemma della sua casa. A vederlo, pareva che non avrebbe mai smesso di chiacchierare, fosse stato per lui. La fila era lunga ma alla gente non dispiaceva aspettare un po’, sapendo che avrebbe avuto un momento di vero contatto. La sua energia colpiva, il suo buonumore era elettrizzante.
Per mantenere una briciola di dignità non vi racconterò di come la mia paralisi motoria e cognitiva si sia trasformata, al momento dell’autografo, in una prolissità imbarazzante a cui lui ha risposto con signorile pazienza. Non lo farò. Dirò solo che avrei voluto restare anche il giorno dopo, la domenica, per ripetere tutto daccapo. La prossima volta non mancherò.
Arrivavo con aspettative altissime ma la mia esperienza umana, di fan, di utente della convention, insomma a 360 gradi, è andata molto oltre. Grazie Starcon, grazie Jason, grazie meravigliosi compagni multifandom!
Non bisognerebbe mai incontrare i propri idoli, come dicono. È verissimo. A questo punto credo che possa finire solo in due modi: o si dimostrano freddi e antipatici, e quindi ci deludono, o si rivelano ancora più affascinanti, più simpatici, più brillanti e talentuosi e affabili e divini di quanto ce li eravamo sognati. E allora è finita, siamo segnati per sempre!
La mia dipendenza da Isaacs non ha ancora dato sostanziali segni di recessione. Ma per fortuna non sono sola 😉
V.
Se vi piacciono i miei appassionati sproloqui, ne trovate altri qui: https://twitter.com/ValeSilingardihttps://sillyvale.tumblr.com/
