La prima stagione di The OA mi aveva lasciata spiazzata, esattamente un anno fa. La vicenda mi aveva colpita, così come la bravura degli interpreti, ma la narrazione mi sembrava forzata, bucherellata, a tratti risibile. In poche parole, non mi era piaciuta granché.
La storia del sequestro, della vita in cattività, del rapporto tra Hap e le sue vittime/soggetti di studio era più che avvincente. Ma che dei ragazzi potessero ricevere il dono dei “movimenti” in una serie di esperienze pre-morte per poi usarli nella realtà per modificarla tangibilmente, e addirittura per passare ad altre dimensioni dell’esistenza, forse era un elemento troppo duro da digerire, anche sforzandosi di operare la necessaria sospensione dell’incredulità. Eppure…

Eppure ho voluto rivedere gli otto episodi della prima parte, perché il 22 marzo prossimo sarà disponibile su Netflix la seconda parte e non sia mai che io mi perda qualcosa a cui ha lavorato l’amato Jason. Raramente riguardo una serie, a meno che non mi sia piaciuta da impazzire, ma questa era così particolare… ed ero curiosa di vedere se riuscivo a risolvere il senso di insoddisfazione lasciatomi dalla prima visione.
Poteva un rewatch chiudere i buchi di trama, risolvere le incoerenze, spiegare le supercazzole che mi pareva di ricordare, che avevano rovinato il forte coinvolgimento emotivo che pure avevo provato?
La risposta è stata semplice: sì, il rewatch era necessario.
La seconda visione è stata pura emozione.
L’idea che mi sono fatta è che The OA è una serie in cui – più delle altre – bisogna operare una completa soppressione dell’incredulità. Bisogna lasciarsene conquistare. Bisogna, come chiede la stessa protagonista, abbandonarsi a un atto di fede, credere a quello che ci vuole dire, farsene assorbire, lasciarsene toccare nel profondo. La sua forza, come molti commentatori hanno sottolineato, non sta nella sua realizzazione tecnica (per quanto io la trovi comunque pregevole) ma nella sua originalità nel mischiare temi e generi. The OA è una serie audace, davvero nuova e difficilmente definibile, per questo di non facile digestione.

Brit Marling, creatrice della serie, interpreta la protagonista Prairie.
E quindi, immergiamoci. L’elemento liquido non manca (anzi, ce n’è pure troppo…) e lo sforzo che non è poi così difficile. Basta sottoscrivere il patto con Prairie: ascoltare la sua storia fino in fondo, in silenzio, prima di decidere se crederle o meno.
E la storia di Prairie è emozionante e poetica, e tocca una marea di argomenti sensibili senza risultare scontata e con grande delicatezza. Quanto bisogna essere bravi narratori per mettere insieme bullismo, diversità e adolescenza con scienza ed etica, spiritualità, psicologia, violenza, crescita e superamento del trauma, genitorialità in diverse forme, danza e musica, sogno, metafisica, lutto e perdita…?
Un altro grande pregio, specialmente in confronto alla media delle serie odierne, è l’economia narrativa. In otto episodi i due autori (Brit Marling e Zal Batmanglij) ci raccontano un mare di cose: l’infanzia di Prairie, la sua fuga, il suo rapimento durato sette anni, il rapporto col suo carceriere e i compagni di prigionia, le sue visioni, l’inaspettato ritorno a casa, le vicende del suo presente e dei nuovi compagni e il finale superamento del trauma.
Pochissime scene potrebbero essere tagliate senza rinunciare a un momento importante. Basta uno scarno dialogo tra i suoi genitori per capire la situazione familiare di Buck, il ragazzo transgender. Basta un sospiro di Hap per farci capire cosa prova per la sua prigioniera.


Il racconto a ritroso, zeppo di temporanee omissioni e improvvise anticipazioni, e inframezzato di pause, della protagonista, è pura suspance. Addirittura un intero episodio (il settimo) ci tiene sulla corda interrompendo la possibile liberazione dei prigionieri mentre accompagna alla conclusione le vicende dei personaggi nel presente. Per non parlare del colpo di scena finale, in cui il patto di fede sembra essere stato tradito, e l’amarezza ci travolge, ma solo per un breve e sconvolgente attimo.
Hanno ragione quelli che scrivono che The OA non è una serie perfetta.
Ma se volete farvi emozionare nel profondo da qualcosa capace di toccare le corde della vostra sensibilità, di farvi credere che cinque sconosciuti, reietti, sfigati, possano creare una famiglia, che la forza di volontà e l’amore per il prossimo possano cambiare la vostra vita, che le vostre scelte plasmino la realtà, allora è la storia giusta.
E scusate se è poco.
Valeria
Ah, vi consiglio di leggere:
Lo strano caso di The OA, in bilico tra meraviglioso e ridicolo – Wired.it
Perché tutti si stanno sbagliando su The OA di Netflix – gushmag.it
E qui trovate l’intensissimo trailer della seconda parte. Buona immersione.
The OA | Parte II – Trailer ufficiale [HD] | Netflix