Intervista tradotta: Jason Isaacs sul nuovo, potente film drammatico “Mass”

Cercando di essere vero
   

Articolo originale di Kyle Mullin, pubblicato il 6 ottobre 2021. Ci limitiamo a tradurre il testo per facilitare il pubblico italiano. Tutti i diritti appartengono ai rispettivi proprietari. Siamo disponibili a rimuovere questa nota qualora gli aventi diritto la ritengano lesiva.



Jason Isaacs e gli altri coprotagonisti – Martha Plimpton, Reed Birney e Ann Dowd – stanno ricevendo alcune delle migliori recensioni della loro carriera per Mass, ma l’attore caratterista inglese dubitava che il film potesse avere successo. Questo perché l’autore e regista Fran Kranz ha consegnato loro una sceneggiatura spaventosamente intensa, che parla di due coppie di genitori impegnati a discutere di come uno dei loro figli abbia ucciso l’altro. Inoltre la tecnica dell’esordiente regista è stata molto sottile: un set ridotto all’osso che ospita una storia cupa e fondata sui dialoghi.

Isaacs ricorda di aver pensato: “Dubito che che ne verrà fuori un qualsiasi genere di film. Non credo che gli spettatori potrebbero sperimentare qualcosa di quello che Martha, Reed, Ann e io abbiamo passato”. L’attore ha provato nuovamente un senso di catarsi viscerale ad una recente proiezione del film, che ha ottenuto recensioni entusiaste al Sundance e sta suscitando attesa per la sua prossima uscita al cinema l’8 ottobre.

In una recente intervista telefonica, Isaacs ci ha parlato del valore del guardare un dramma intimista come questo al cinema, nonostante i predominanti blockbuster troppo spesso marginalizzino le piccole produzioni; delle sfide e delle soddisfazioni portate dall’intenso soggetto di Mass; di come sia stato lavorare a questo piccolo ma potente film rispetto ai ruoli in franchise di primo piano come Harry Potter e Star Trek; e molto altro.

Kyle Mullin (Under the Radar): Guardare Mass ieri sera mi ha fatto pensare a quanto sia variegata la tua carriera, che va da ruoli in franchise ad alto budget come Harry Potter e Star Trek a questo nuovo dramma minimalista basato sui personaggi. Come ti fa sentire questo contrasto? Grato, emozionato?            

Jason Isaacs: In alcuni momenti della mia vita mi sento grato, in altri no, relativamente a ogni genere di cose. In un certo senso è di questo che parla il film. Ma finché i miei figli sono ben nutriti e vestiti, non mi importa granché se il progetto è piccolo o gigantesco. Mi limito a pensare: “Qual è la storia che sto raccontando? Chi è la persona nei cui panni mi sto muovendo? Cosa ne riceverà il pubblico?”

Poi leggo questo copione e penso: “Gesù, questa storia parla di persone le cui vite sono state distrutte dall’odio e dal risentimento. E di come si stiano ancora macerando nel rancore verso persone che non conoscono nemmeno.”

Sapevo già di questi incontri, che gli incontri di “giustizia riparatrice” vengono organizzati davvero, e che la Commissione Sudafricana per la Verità e la Riconciliazione sta realizzando queste cose in Sudafrica. E morivo dalla voglia di capire come funzionano. Come membro del pubblico, volevo sapere cosa succede dietro queste porte chiuse. Poi ho saputo, appunto, che il film parlava di questo, e quando ho letto il copione mi sono subito reso conto del modo complesso, umano e schietto in cui Fran ha trattato l’argomento. 

È vero che si tratta di un film a basso budget, ambientato principalmente in una sola stanza, con pochi personaggi. Ma credo che sia uno dei film più importanti che abbia mai fatto. Mi sembra che l’impatto emotivo, e l’esperienza che fa vivere al pubblico, siano enormi. E quando finisce ti senti esausto, in senso buono, proprio come i personaggi quando escono da quella stanza. È davvero raro che un film riesca a fare questo. 

In termini di impatto emotivo, tu e i tuoi colleghi attori mostrate espressioni davvero viscerali nelle scene più drammatiche. Nel tuo modo di lavorare, quanto di ciò è fatto deliberatamente? Le espressioni facciali di un attore, secondo te, sono come uno strumento suonato da un musicista? Oppure non ci pensi affatto, sono un prodotto fisiologico del tuo immergerti autenticamente nelle emozioni del personaggio?

Recitare è una strana professione, ed è abbastanza difficile descriverlo. La teoria è molto semplice, ma è difficile da realizzare. Devi essere un’altra persona. In nessun momento del film io o gli altri stavamo pensando a che aspetto avevamo, se stessimo piangendo o gridando. Stavamo solo cercando di essere veri. Questo film ha richiesto che fossimo più spontanei possibile. Che fossimo presenti. Quindi non c’era nulla che stessi facendo che fosse deliberato e studiato.

In effetti, è stato come perdere contatto con la realtà. Il regista diceva “Ok, taglia, facciamone un’altra” e io pensavo “Che significa? Aspetta, che è successo?”. Quindi no, non abbiamo messo su certe espressioni di proposito.

Dev’essere stato affascinante tornare a casa e vedere il film, dopo tutto questo

L’ho visto prima con la mia famiglia. Poi l’ho visto per la prima volta in pubblico qualche giorno dopo, a un’anteprima, e sono stato di nuovo travolto, perché è una bestia del tutto diversa quando lo vedi con tante persone. Certe storie sono fatte per essere raccontate in gruppo, sin da quando gli esseri umani hanno cominciato a raccogliersi intorno al fuoco. Questo è un film che parla di connessione, di come riconoscersi come esseri umani e ascoltarsi l’un l’altro.

Il mio personaggio, e ancor più quello di Martha, partono straripanti di un sentimento di risentimento e odio. Ci sta proprio avvelenando, noi e nessun’altro – non certo le persone a cui è rivolto. Quindi, quando l’ho visto in mezzo a un pubblico, mi sono ricordato a che scopo è stato realizzato. Tutti voi che state pensando di andare a vederlo: per favore, fatelo al cinema, perché vi farà sentire meno soli al mondo, e pieni di speranza. Perché è un film davvero, davvero intenso. Ma quando il conflitto finalmente si risolve, per alcuni dei personaggi, ci si sente liberati e confortati. Quando uscirete dalla sala penserete di aver vissuto un’esperienza cruciale. Considerato il budget del film, è davvero un bel risultato.

È interessante sentire difendere il valore di vedere un film drammatico come questo al cinema, data la recente diatriba sul fatto che la gente andrebbe a vedere, ormai, solo i film di supereroi, e sullo streaming che sembra essere il mezzo principe per la fruizione dei film “seri”. Pensi che sia importante avere la possibilità di vedere film come questo sul grande schermo?

Siamo tutti ormai così abituati a vedere i film a casa nostra che rompere questo schema e tornare al cinema non sembra facile. Ma è un po’ come pensare che una cena precotta scaldata al microonde sia gustosa quanto un pasto gourmet preparato con ingredienti freschi. Una volta che assaggi la differenza pensi “Aspetta, in effetti non è proprio lo stesso!”.

Hai nominato Fran poco fa. È incredibile che questo sia il suo debutto alla regia, considerato quanto il film sia ben saldo e costruito. Com’è lavorare con lui, e che prima impressione ti ha fatto?

Sinceramente non sapevo cosa pensare all’inizio delle riprese, perché non sapevo se questo sarebbe diventato un film oppure no. Quello che è riuscito a fare è stato tenere la sua presenza e quella delle telecamere – che poi si è scoperto essere un lavoro estremamente delicato, calibrare i passaggi di messa a fuoco e tutte queste cose di cui noi non avevamo idea – insomma tenere tutto ciò lontano dai nostri pensieri.

In questo modo, quando ripenso alla nostra esperienza, quelle poche settimane che abbiamo passato in questa intensa bolla emotiva, i miei ricordi sono quelli del personaggio, di Jay. Ricordo di aver vissuto una catarsi travolgente, non ricordo cosa faceva intanto Fran. E quando abbiamo finito, mi ricordo di aver pensato: “Dubito che che ne verrà fuori un qualsiasi genere di film. Non credo che gli spettatori potrebbero sperimentare qualcosa di quello che Martha, Reed, Ann e io abbiamo passato”.

Poi, un po’ alla volta, abbiamo cominciato a ricevere i commenti degli addetti ai lavori, e poi le recensioni del Sundance. È stato chiaro a quel punto che Fran aveva realizzato qualcosa di miracoloso. A prescindere dall’esperienza che può avere alle spalle, chiunque faccia un film su quattro persone chiuse in una stanza a fare i conti con rabbia e vergogna – e che prende una direzione inaspettata, e consegni al pubblico questa massiccia esperienza, deve essere un regista incredibile. Ne ho avuto la prova anch’io come spettatore.

Perciò, quando mi chiedi che tipo di regista è, la prova è nel risultato. Questo film è l’esordio di un grande talento sia della scrittura che della regia.

La critica ha lodato non solo la sceneggiatura e la regia, ma anche la tua performance e quella dei tuoi colleghi. Com’era la vostra chimica?

È buffo, quando si parla di performance. Ci hanno dato da interpretare questi personaggi ben delineati, tridimensionali e originali, così pieni di emozioni che vengono fuori da sole. Così, a noi attori viene dato il merito del complesso lavoro di Fran. Forse perché abbiamo tanta esperienza – io lo faccio da trent’anni ormai, questo mestiere. E questa nostra esperienza, di tutto quello che avevamo fatto prima, ha avuto un suo ruolo, ma è anche stata messa da parte. Volevamo semplicemente essere onesti e reali, ognuno con l’altro e per l’altro.

Poteva anche non funzionare, immagino. Ma quando ci siamo incontrati abbiamo capito che dovevamo creare un clima di confidenza e fiducia, per portare al massimo livello l’esperienza e dare il massimo noi stessi. Il risultato è una performance, ma da un certo punto di vista è anche reale. Il pianto, la tristezza e la disperazione, il furore, il compromesso: dovevamo essere sicuri di conoscerci abbastanza bene per provare quelle emozioni senza nessun autocontrollo. Quindi ci siamo incontrati e abbiamo parlato delle nostre vite, non solo dei nostri personaggi. Ci ha aiutato a spogliarci delle nostre difese, così che potessimo vedere davvero chi avevamo di fronte.

Ci siamo trovati, a quanto pare: fuori dal set abbiamo scherzato e riso come pazzi, probabilmente perché lacrime e risa sono separate da una linea sottile. Ma non uscivamo mai del tutto dai nostri personaggi. Alla fine della giornata tornavamo al nostro hotel e discutevamo, non di quello che avremmo fatto in scena il giorno dopo, ma dei sottintesi della trama e del loro significato. Il personaggio di Martha doveva sapere cosa aveva scritto nelle lettere a quello di Ann. Martha e io dovevamo essere ben coscienti di quello che ci aveva detto il terapista, a proposito dei confini da mettere al nostro incontro con gli altri.

E insomma mi sono innamorato di questi tre, i miei coprotagonisti, tra un litigio e l’altro – perché le emozioni scorrevano a fiumi. Certe volte uscivamo dalla camera di qualcun altro sbattendo la porta. Sono successe un mucchio di cose, insomma. Ma siamo diventati una singola unità. E quando abbiamo finito le riprese, beh… Quando sei giovane spesso ti pesa il momento degli addii, ma io lo faccio da tanto, di solito mi riprendo abbastanza in fretta. Stavolta però è stato diverso. È stata dura salutarsi, alla fine. Avevamo creato questa bolla e tenuto fuori il resto del mondo, quindi è stato strano e difficile partire. 

Impegnativo, quindi, ma anche molto speciale. 

Sì, esatto. Storie così sono molto, molto rare. Non ho mai visto un film come questo, non uno che parli dello stesso argomento: persone che si odiano che però si incontrano in questo modo. E non ho mai visto un film di sole quattro persone in una stanza che sganci una bomba di questa portata. Quindi sì, è stato del tutto straordinario. 

N.d.A: Mass è uscito al cinema negli USA l’8 ottobre, ed è stato presentato a diversi festival cinematografici, tra cui quello di Londra, il 12 ottobre. Sky UK ha annunciato la distribuzione al cinema e sui suoi canali a partire dal 20 gennaio 2022. Nessuna notizia ancora sulla distribuzione in Italia, ma la critica è unanime nel definirlo un film eccezionale, e diverse riviste autorevoli ritengono probabile che l’Academy gli conferirà delle nomination ai prossimi Oscar per la sceneggiatura, la regia e le interpretazioni dei quattro protagonisti, quindi non ci resta che incrociare le dita!

Intervista tradotta: Jason Isaacs: “Mi piace il mio anonimato”

La star di Case Histories ci racconta del suo essere un riluttante sex symbol, del suo bisogno di aiutare il prossimo, e che spera che Mel Gibson ritrovi la serenità

Articolo originale di Stuart Jeffries pubblicato il 19/06/2011. Ci limitiamo a tradurre il testo per facilitare il pubblico italiano. Tutti i diritti appartengono ai rispettivi proprietari. Siamo disponibili a rimuovere questa nota qualora gli aventi diritto la ritengano lesiva.

 

“Non sono un sex symbol” dice Jason Isaacs, fissandomi con quegli occhi azzurri da sogno. Beh, non è quello che dice il resto del mondo. Euan Ferguson dello Observer scrive che Isaacs ‘si è guadagnato la sua promozione a oggetto del desiderio nazionale ufficialmente riconosciuto’. A quanto pare se ne sta lassù accanto a Colin Firth e Daniel Craig, grazie alla sua performance nel ruolo del sentimentale e ferito, ma comunque provocantemente muscoloso, detective privato Jackson Brodie nella serie della BBC1 Case Histories, che si conclude stasera.

Pensate a quella scena nell’episodio di ieri sera in cui Brodie si sveglia in un letto d’ospedale coperto di tagli, con un’amnesia e col suo ampio torace piacevolmente esposto, dopo aver cercato di estrarre una vecchietta svenuta dalla sua auto, finita sui binari della linea tra Aberdeen ed Edimburgo. Ok, adesso potete smettere.

Anche Grazia la scorsa settimana l’ha dichiarato oggetto di desiderio, e intanto su Twitter tutti si sperticano in elogi sulla sua recitazione nell’adattamento per la tv dei romanzi di Kate Atkinson (provate a digitare #casehistories). È stato nominato al 24° posto nel sondaggio sulle star del cinema più sexy dell’Empire Magazine (scommetto che si è roso il fegato per non essere arrivato ventitreesimo). Ma era il 2009. Se rifacessero quel sondaggio oggi, senza dubbio finirebbe tra i primi 10, eclissando Alan Rickman se non addirittura Johnny Depp.

Colin Firth ha avuto quel momento topico nei panni di Mr. Darling in Orgoglio e Pregiudizio, quando emergeva, bagnato, dal suo lago. Daniel Craig, nel ruolo di James Bond, veniva fuori ammaliante dal mare. Adesso Isaacs ha la sua occasione di mostrarsi in Case Histories, quando si lava a petto nudo nel bagno di Natasha Little dopo aver gentilmente scavato una fosse per il cane delle vicine.

“Senti,” dice Isaacs. (Adoro quando gli intervistati, di solito uomini politici, iniziano una frase con “Senti” – annuncia il tentativo perso in partenza di ricondurre l’intervistatore a un presunto buonsenso). “Ho dedicato la mia vita professionale a cercare di scavare a fondo nell’animo umano, e adesso nelle recensioni si complimentano con me per la quantità di tempo che passo in palestra. Sulla definizione dei miei tricipiti.” I suoi tricipiti sono definiti? “Non facciamolo, dai. Non posso fare pubblicità alla Virgin Active in ogni intervista che rilascio. Posso farlo nei salotti televisivi della mattina, ma non per il Guardian.”

Esternamente, sto sorridendo, ma dentro di me sto eliminando una sfilza di domande. Come ci si sente a essere così robusti? Chi vincerebbe in una gara di pettorali tra lui e Craig? Come si svolgerebbe, nella pratica, una gara di pettorali? È più pompato lui o il bambolotto in stile Action Man di Isaacs stesso, in diversi ruoli da protagonista, che i suoi inquietanti fan hanno messo su jasonisaacsonline.com? Eccetera.

“Comunque, non ho più quel fisico. Mi sono lesionato il tendine d’Achille, quindi non posso correre.” Certo. “E tutta questa assurdità del sex symbol… quale modo migliore di invalidarla se non far mettere a Jackson una tuta rosso brillante tipo gnomo da giardino che sembra uscita direttamente da Primark?” Un ottimo argomento, ma la risposta è chiara: anche in quell’orrore di completino-di-tutina-rossa-con-cappuccio, lui risulta comunque più bollente del sole di Luglio.

“Oddio, odio le interviste in cui gli attori fanno le fighette. Chi vuole sapere i cavoli loro? Io non voglio sapere che fa nella vita Al Pacino. Voglio guardare Quel pomeriggio di un giorno da cani e pensare che è gay.”

Nella realtà, Isaacs non è il nuovo messia della lussuria televisiva. È davvero un ragazzaccio. È arrivato in questo caffè vicino alla sua casa a north-west London con un chai latte preso in un altro locale, e ha cercato pateticamente di nasconderlo alla cameriera tenendolo sotto il tavolo. “Però voi non fate il chai latte, o no?” chiede timidamente quando viene scoperto, fissandola con i suddetti famosi occhi. Addolcita, gli offre un bicchiere d’acqua. Se ci avessi provato io, sarei stato buttato fuori, probabilmente, con un calcio nel didietro. Ma io faccio parte di quelli che… com’è che Ferguson ha definito gli uomini che non sono Jason Isaacs? Ah, sì, ‘comuni mortali’.

Tornando a ‘scavare nell’animo umano’. Cosa significa? “Di solito la recitazione è considerata un atto totalmente narcisistico, ma dentro di me sento un desiderio di indagare la condizione umana. È quello che sto facendo con Jackson.” Su questo ha ragione. Il suo fascino (soprattutto sulle donne) nei panni di Jackson Brodie non è legato soltanto al suo programma di allenamenti. È più profondo di così. Suggerisco a Isaacs che Brodie è forse un Rochester dei giorni nostri, un animale ferito che le aspiranti Jane Eyres immaginano di accudire.

“Penso sia proprio l’opposto di Rochester” dice Isaacs, che una volta ha rifiutato quel ruolo. Ma di certo hanno qualcosa in comune. Anche se Jackson è minacciosamente virile, gli capita spesso di venire pestato o di uscire non esattamente vincitore da un incidente ferroviario, ritrovandosi ad essere medicato da donne attraenti. Nel doppio episodio di ieri sera e di stasera si incrocia, zoppicante, con l’adorabile, in gamba ma distrutta sedicenne Reggie, una di quelle ragazze perdute con le quali si ritrova sempre incastrato. Sì, Jackson è forte e macho, ma in termini di focus narrativo è scalzato da donne forti, dalle quali è perfino simbolicamente castrato.

“Kate ha ragione quando dice che è più una donna che un uomo” dice. “Le donne rispondono bene a Jackson Brodie perché non è affatto come appare. Sembra un muscoloso, irriducibile detective. [Invece] è un uomo che porta il peso di un grave trauma. È sentimentale, non sa dire di no a casi dai quali dovrebbe fuggire a gambe levate, raccoglie ragazze disperate.”

Il trauma: il corpo di sua sorella Niamh estratto dal canale, ancora e ancora, in un’insostenibile ripetizione; sua figlia che lo chiama con Skype dall’altro capo del pianeta, che sembra divertirsi da matti col nuovo compagno della sua ex moglie. Il sentimentalismo: la devozione di Jackson per lo struggente genere country & western annegato nel gin. Tutti quei brani di Iris DeMent, Mary Gauthier e Lucinda Williams.

“I romanzi di Kate, dei quali ho registrato gli audiolibri* molto tempo prima di ottenere la parte, riguardano tutti il modo in cui fuggiamo dalle sofferenze del passato” dice Isaacs. I gialli della Atkinson sono originali perché si concentrano sul superamento del trauma, piuttosto che sulla spiegazione della vicenda. In un’intervista con Isaacs, la Atkinson sottolinea qualcos’altro: il suo desiderio di onorare le vittime di un crimine. “È per questo che Jackson è così poco interessato alle indagini in senso stretto. Gli interessa riuscire a dare pace, chiudendo le storie di quelli che non potrà mai ritrovare. Jackson vuole essere d’aiuto. È pieno di amore da dare.”

Case Histories
Jason nei panni di Jackson Brodie, con tanto di taglio sulla fronte.

C’è qualcosa di Isaacs in Jackson Brodie? “C’è stata una scena” dice, non proprio commuovendosi, ma quasi. “Abbiamo girato due ciak. È quando dico a mia figlia che dovrebbe partire per la sua nuova vita in Nuova Zelanda. È stata dura dirle addio. Quando abbiamo girato la prima volta, piangevo come un disperato. Il regista Bill Anderson ha detto: ‘Possiamo farla di nuovo, stavolta con Jackson? Dovrebbe essere dello Yorkshire.’”

Isaacs stava immaginando di dire addio a una figlia? (Ne ha due: Lily di nove anni, e Ruby di cinque, avute con la sua partner, la documentarista Emma Hewitt.) “Già. Fai di tutto per ingannare la tua immaginazione allo scopo di provare le stesse emozioni del tuo personaggio. Emma una volta ha girato uno splendido documentario che seguiva la storia di una prostituta a Leeds. Quella donna indossava una maschera mentale, così non era lei a essere sbattuta. Gli attori cercano di ingannare la propria percezione in modo simile, per entrare nel ruolo.”

Isaacs si zittisce per un momento. Indossa gli stessi jeans e maglietta nera di quando è stato intervistato dal Guardian l’ultima volta, tre anni fa. “Oddio, odio le interviste in cui gli attori fanno le fighette. Chi vuole sapere i cavoli loro? Io non voglio sapere che fa nella vita Al Pacino. Voglio guardare Quel pomeriggio di un giorno da cani e pensare che è gay.”

Ma tornando a Lily, Ruby e Emma: nel giro di qualche settimana Isaacs si trasferirà con loro a Los Angeles per cominciare a lavorare alla prima serie di Awake, uno show della NBC che ha fatto scalpore da quando è uscito l’episodio pilota. Non è un pessimo momento per partire, adesso che è diventato il nuovo Colin Firth? È il momento di salire di livello e smettere di interpretare la spalla o la contorta nemesi del protagonista (pensate al sadico ufficiale inglese nemico giurato di Mel Gibson ne Il Patriota, a Capitan Uncino, o meglio alla sua performance nel ruolo del biondo e pazzoide Lucius Malfoy nella saga di Harry Potter). È stato un talentuoso antagonista, ora è un manzo nazionale. Perché andarsene adesso?

“Posso sempre tornare, e lo farò, perché so che Kate è un ribollire di idee, quindi sono sicuro ci sarà una seconda stagione di Case Histories. Se avessero dato la parte a qualcun altro li avrei braccati e scuoiati vivi.”

Forse trasferirsi a Los Angeles è la mossa giusta. C’è un bel fermento intorno ad Awake. Incrociando le dita, sarà la più importante esportazione britannica alla TV americana dai tempi di Hugh Laurie. Isaacs interpreta un detective in sospeso tra due mondi, che non sa se quella che vive è la realtà o un sogno. In una delle due realtà sua moglie è morta in un incidente d’auto; nell’altra a morire è stato invece il figlio.

Schermata 2018-11-24 alle 10.07.30
Il detective Michael Britten, protagonista di Awake.

Isaacs è preoccupato: “C’è il rischio che Awake sia un po’ troppo intellettuale per i network statunitensi. Le serie americane che amo (Mad Men, I Soprano…) non funzionerebbero mai sulla pay-TV. Questa deve funzionare sulla TV privata, come Dottor House o CSI. E io sono uno dei produttori. Molte serie vengono interrotte a metà perché non vendono, non piacendo all’americano medio.

“Se risulterà un flop, me ne farò una ragione. Non voglio fare spazzatura. È anche vero che Brotherhood [la serie del 2006 ambientata a Rhode Island nella quale interpreta un gangster irlandese americano] è stato acclamato dalla critica ma non l’ha guardata nessuno. Ambisco a qualcosa che venga fatto a pezzi dalla critica ma abbia un enorme successo.” Così potrà diventare un personaggio famoso? “Non sarò mai un personaggio famoso. Mi piace il mio anonimato.”

Sorseggia la sua bibita della vergogna. “Quando sono tornato a casa, dopo aver girato Abduction [film che uscirà nelle sale a settembre], ho detto al mio agente: adesso me ne sto un po’ a Londra. Se vuol dire dover fare spettacoli per bambini dal retro di un camioncino a Kilburn, per me va bene. Ho bisogno di stare con la mia famiglia. Il mio lavoro è tenere la famiglia unita e provvedere a loro.” Non gli va di chiamare sua figlia con Skype dall’altra parte del globo, come finisce per fare Jackson? “Ci sono passato e non mi va di ripetere l’esperienza. È per questo che stiamo partendo tutti insieme.”

Parlando invece di Mel Gibson, come si sente a proposito dell’invettiva antisemita della sua ex co-star, ai danni del poliziotto ebreo che l’ha fermato mentre era ubriaco al volante della sua auto? “È un uomo molto sensibile e problematico, di cui non potrei mai condividere le idee politiche conservatrici. Penso ancora a lui che racconta storielle a sfondo ginecologico da scompisciarsi dalle risate mentre fuma una sigaretta sul set de Il Patriota, poi si volta e raggiunge vette inarrivabili di emozione mentre tiene tra le braccia il corpo di suo figlio Heath Ledger.

“La notte di quella sparata era andato a trovare un mio amico, ebreo anche lui, con moglie ebrea ortodossa, portando loro un regalo – cosa che è andata persa nei titoli dei quotidiani.” Ok, ma… “Lo so, lo so! Ho sentito le registrazioni e non posso giustificarlo. Detto questo, di sicuro lui sarà davvero turbato da quello che si sente in quei nastri. Conosciamo tutti persone che quando sono ubriache si mettono a provocare per iniziare una rissa, e questo spiega in parte quello che è successo.”

Qualche mese dopo che le registrazioni di Gibson sono state rese pubbliche, lui e Isaacs si sono incontrati ad un evento. “Mi è venuto spontaneo salutarlo così: ‘Rabbino Gibson!’ E lui ha detto: ‘Dammi tregua, ero ubriaco.’ Spero che possa ritrovare la serenità.”

Si tratta di un atteggiamento un po’ sfumato, ma inaspettatamente tendente al perdono, per un ebreo che ha subito ben più della sua dose standard di antisemitismo. “Provaci tu a farti maltrattare dagli antisemiti a Liverpool e Londra” dice Isaacs.

È nato a Liverpool 48 anni fa, da una famiglia di origine ebrea che ci viveva già da tre generazioni. Come mai i suoi genitori si sono trasferiti in Israele? “È sempre stato il loro sogno.” Isaacs ha scoperto l’amara verità sul perché i suoi genitori volessero lasciare l’Inghilterra solo una settimana fa. “Mio padre era molto malato, e insieme ai miei fratelli sono andato a trovarlo in terapia intensiva dove era ricoverato. Pensavamo stesse per morire, invece adesso si è ripreso, grazie a Dio.

“A tarda notte, mentre gli tenevo la mano, abbiamo parlato della sua infanzia e si è reso chiaro il motivo per cui per tanti anni ha conservato il desiderio di andare a vivere in Israele. Non è stato solo il fatto che abbia dovuto tenere testa alle camicie nere del partito nazista quando aveva 11 o 12 anni. O che a 13 anni abbia scoperto che era avvenuto un olocausto a poche centinaia di miglia di distanza. Mi ha detto che c’era un movimento nazista attivo anche dopo la guerra.

“Gli ho detto: ‘Papà, stai facendo confusione. Stai dicendo che dopo la guerra c’erano ancora dei nazisti a Liverpool?’ E lui ha risposto: ‘Esattamente.’”

Il padre di Isaacs si riferiva alle manifestazioni sorte a Liverpool e in altre città britanniche nel 1947 dopo l’impiccagione di due soldati inglesi nel Mandato britannico della Palestina da militanti Irgun. Si tratta di un momento storico recentemente rappresentato da Peter Kosminsky nella bella miniserie drammatica The Promise su Channel 4, che Isaacs confessa con aria colpevole di non aver visto.

“Dopo le esecuzioni, mio padre si barricò con la sua famiglia nel suo appartamento a Liverpool, mentre la folla spaccava le finestre e urlava ‘Bruciate gli ebrei! Bruciate gli ebrei!’ Pensavo si stesse confondendo, ma non era così: queste cose gli successero davvero dopo la guerra, quando aveva 16 anni.

“Così, scoprire che era stata fondata una nazione dove tutto questo non gli sarebbe mai successo, dove non ci sarebbe stato il rischio di essere presi e portati via e chiusi in una camera a gas, influenzò lui e mia madre durante tutto il periodo in cui crescevano i loro figli. Partirono quando il loro quarto figlio andò all’università.” Ha mai immaginato di raggiungerli? “Ci ho pensato, ma non ho voluto.”

Quando aveva undici anni Isaacs si è trasferito con la sua famiglia da Liverpool a Londra, e più tardi si è iscritto alla Haberdashers’ Aske’s Boys’ School, che annovera tra i suoi alunni David Baddiel, Matt Lucas e Sacha Baron Cohen. “Mi ricordo che non avevo amici e passavo un sacco di tempo a ubriacarmi.” Non è così che lo ricorda un suo amico di quei tempi, il critico cinematografico Mark Kermode. “Lo so” dice Isaacs. “Quando ho letto il suo libro, ho pensato che non mi abbia capito affatto. Mi vedeva come uno figo, di successo. Immagino che quello che vedeva fosse un livello di sbruffoneria da parte mia che doveva risultare intimidatorio. Ma stavo compensando il fatto di sentirmi isolato. Non mi sentivo nemmeno del tutto parte della nostra ristretta comunità ebraica.

“Altri si sentivano a loro agio, lì. Io mi sentivo a disagio.” Ha cominciato a sentirsi parte di qualcosa solo quando, durante gli studi di legge a Bristol, ha iniziato a recitare. “Ho trovato del cameratismo. Quello che attraeva i miei compagni era capire che tipo di infanzia avevamo avuto, per scoprire cosa ci portavamo dentro.

“Ora non sento più questo disagio. Ho trovato qualcuno che mi ama, e ho dei figli, e quindi un mio posto nel mondo. Mi basta questo. Non è così per tutti. Un sacco di attori, ne sono testimone, soffrono gli effetti di essere trattati come divinità: essere investiti del potere assoluto porta assolutamente alla corruzione.” In questo momento, la PR di Isaacs arriva e senza pudore gli mette in mano un’altra tazza di chai latte di quell’altro posto. Scandaloso come gli attori si facciano trattare da divinità, vero?

“Come attore non ho mai voluto quel trattamento. Ho sempre desiderato essere d’aiuto.” Mi ricorda la sua performance di Angels in America di Tony Kushner nella produzione del 1993 al National Theatre, nella quale interpretava l’impiegato gay ebreo Louis Ironson, un uomo che non riusciva ad affrontare la morte del suo amato per Aids. “Ricevo ancora delle lettere, una di una donna la cui sorella è morta di cancro diceva ‘Mi ricordo com’è stato quando hai lasciato il tuo ragazzo in Angels’. Mi fa piacere quando qualcuno mi dice che una mia performance l’ha aiutato.”

È facile dubitarne: recitare non è esattamente una professione in cui ci si prende cura del prossimo. Ma è in parte proprio quello, che muove Isaacs come attore: “Penso che questa serie che sto per girare, Awake, se fatta bene, non solo potrà stimolare e intrattenere, ma anche aiutare le persone. È quello che voglio fare.” In Jackson Brodie c’è più Jason Isaacs di quanto pensiate.

493d3fc04b525af21ab1ea02b51f9725

N.D.T.:

*L’intervista orginale riporta “Kate’s novels, which I listened to as audiobooks long before I got this part” ma essendo Isaacs il lettore di tutti e quattro gli audiolibri nell’edizione Audible, ho preferito riportare l’informazione. Questi audiolibri ve li consiglio di cuore: se volete esercitare le vostre listening skills la sua carezzevole voce sarà un notevole incentivo a provarci. Andrete avanti presi dalla bellezza dei romanzi e dalle sue irresistibili interpretazioni di bambine impertinenti e vecchie zie inglesi.