Intervista tradotta: Jason Isaacs esplora dolore e senso di colpa genitoriali nel film drammatico “Mass”

Articolo originale di Angela Dawson pubblicato il 7/10/2021. Ci limitiamo a tradurre il testo per facilitare il pubblico italiano. Tutti i diritti appartengono ai rispettivi proprietari. Siamo disponibili a rimuovere questa nota qualora gli aventi diritto la ritengano lesiva.

Mentre il tema delle sparatorie scolastiche torna purtroppo in testa ai giornali, le conseguenze di queste terribili tragedie e il loro impatto sulle famiglie coinvolte è al centro dell’intenso e coinvolgente film drammatico Mass, in uscita nei cinema americani l’8 ottobre.

Scritto e diretto da Fran Kranz, attore diventato regista, Mass ci racconta di due coppie che hanno accettato di incontrarsi in un luogo neutrale (la sala riunioni di una parrocchia) per parlare aperamente di quanto è successo sei anni prima: una sparatoria nella scuola dei loro figli, della quale uno è stato l’artefice, e l’altro una delle dieci vittime. Nel film Jason Isaacs (famoso per aver recitato nei film di Harry Potter) e Martha Plimpton (nota per la serie Fox Aiutaci, Hope) interpretano i genitori del ragazzo ucciso, e il noto attore di Broadway Reed Birney e l’attrice Ann Dowd (conosciuta per la serie HBO The Leftovers) hanno il ruolo dei genitori del teenager che ha commesso suicidio dopo il suo raptus omicida alla scuola superiore locale.

Il film di debutto di Kranz porta gli spettatori in un viaggio scomodo, ma profondamente coinvolgente, attraverso l’esternazione delle emozioni a lungo represse di questi quattro adulti: lutto, rabbia, senso di colpa e diniego. Nella lunga conversazione in quella spoglia sala, l’impatto persistente della tragedia sulle loro vite, i loro matrimoni e le loro famiglie viene rivelato.

Dopo il debutto al Sundance Film Festival all’inizio dell’anno e le seguenti recensioni positive, Mass sta per essere distribuito al cinema dall’agenzia Bleecker Street.

Isaacs interpreta Jay, che accetta di partecipare all’incontro su esortazione del terapista di sua moglie. L’attore afferma che anche se il soggetto del film può sembrare cupo, lui vede nella pellicola, in ultima analisi, un segnale di speranza.

“è un appello alla connessione tra esseri umani”, ci dice al telefono l’attore inglese. “Il film si ispira alla Commissione Sudafricana per la Verità e la Riconciliazione e al suo ideale di giustizia rivitalizzante. La Commissione si è formata perché desidera un cambiamento, vuole spezzare la paralisi della situazione, e a quanto pare sta funzionando abbastanza bene.”

Angela Dawson: Cosa ne pensi di questa storia?

Jason Isaacs: è davvero una storia di speranza. Senza svelarvi troppo, posso dirvi che quando ho visto il film finito insieme a un pubblico – perché l’ho visto anche altre volte per conto mio – ha provocato una certa commozione. Rivederlo mi ha ricordato che il finale offre una via d’uscita dalle tenebre, ho potuto sentire i sospiri di sollievo. Non è quel genere di redenzione in stile hollywoodiano, afferma però che un cambiamento e un progresso sono possibili.

Dawson: Vedere il film mi ha fatto pensare al peso emotivo dei bambini quando sono tornati a scuola dopo un anno di studio a distanza. Ci si rende conto non solo dello stato di salute dei propri figli, ma anche di quello degli altri ragazzi della classe.

Isaacs: Per me, il film non ha quasi nulla a che fare con la scuola o le sparatorie. Parla di colpa. Queste persone sono distrutte, paralizzate dal loro bagaglio emotivo. Sono tenuti in scacco dalla rabbia, da una furia istintiva o da sentimenti non processati di vergogna, senso di colpa e odio. (Il mio personaggio) Jay ha cercato di ridare un senso alla sua vita incanalando il dolore nell’attivismo. È il tipo di uomo che ricerca una soluzione al di fuori di se stesso. È successo qualcosa di orribile, qualcosa di incomprensibile, e lui ha dovuto farci i conti. Quindi ha intenzione di darsi da fare e cambiare qualche legge. Ha intenzione di cambiare la definizione di salute mentale. Ha intenzione di fare un sacco di cose, perché pensa di essere al di sopra di quell’incasinata faccenda umana che è il processo di accettazione.

È soprattutto preoccupato per sua moglie. Pensa che sua moglie abbia bisogno di aiuto, perché il suo terapista ha detto loro di fare questo incontro. Il punto è: a cosa si può riparare, e come. Si ritrovano in quella stanza perché vogliono che la loro vita migliori.

Secondo me, questo non ha nulla a che fare con l’incidente avvenuto anni prima, dipende invece completamente da questo mondo diviso in fazioni in cui viviamo. L’America è spezzata. L’Inghilterra è spezzata. Le persone sono separate una dall’altra, non solo all’interno della nazione, ma all’interno delle stesse famiglie – che sia per colpa della politica o dei vaccini.

Dawson: Cosa pensi voglia comunicare Fran Kranz al pubblico? Qual è il messaggio?

Isaacs: Non è un film con la morale: è un dramma. L’ho visto l’altra sera con altre persone e le ha intrigate per tutto il tempo. Vuoi sapere come andrà a finire, ma in realtà uno dei suoi effetti, sperabilmente, è farci vedere l’un l’altro come esseri umani. Abbiamo bisogno di riconoscerci in quanto tali. Punto. Ci scaviamo queste trincee e viviamo in camere stagne, e ci rintaniamo così bene che non riusciamo più a vedere fuori. Secondo me il film riguarda questo, non quello che è successo loro sei anni prima. Poteva essere un incidente causato dall’alcool, o qualcos’altro.

La questione è: come potranno mai risvegliarsi e ritrovarsi l’un l’altro, come coppia sposata? Come potranno tornare a essere presenti, e come potranno guardare al futuro? La risposta è che tutto questo è possibile, qualunque tragedia possa capitare. Alcuni sono usciti dall’Olocausto e si sono ricostruiti vite appaganti e piene, altri ne sono usciti e si sono suicidati. Che differenza c’era tra loro? Cosa hanno fatto di diverso, di positivo, e come possiamo farlo noi, oggi? È questa la domanda che pone il film.

Dawson: Hai voluto partecipare al film appena hai ricevuto il copione di Fran Kranz?

Isaacs: Sì. Assolutamente. Parlava di conflitto. Un gruppo di adulti entra in una stanza, e alcuni ne escono cambiati, chi più, chi meno. Hanno molte ragioni per essere sospettosi e pensano di avere i loro buoni motivi per odiare gli altri, cercare di tenerli a distanza e manipolarli, e nulla di tutto questo va secondo i loro piani. Quello che emerge è molto più umano di quanto nessuno di loro avrebbe mai immaginato. Questo aspetto è chiaro fin dall’inizio.

Dawson: Nessun dubbio?

Isaacs: Sentivo due cose, in conflitto tra loro: una è che (Kranz) è un pazzo. Chi proverebbe a fare un film del genere? Cosa lo fa pensare che potrebbe funzionare per il pubblico? E poi non ero sicuro di farcela. Non sapevo se sarei stato capace di portare in vita così realisticamente e onestamente una storia così schietta perché, come attore, tu scavi nella tua borsa degli attrezzi e così facendo rimodelli i pensieri che credi debba avere il personaggio. Anche Ann, Martha e Reed sentivano queste stesse cose. Dovevamo mettere da parte questo modo di lavorare e in qualche modo lasciar parlare onestamente questi personaggi attraverso di noi. È molto raro che io mi senta spaventato o eccitato per un ruolo, perché è raro ormai che mi si presenti una nuova sfida. Quindi, sapevo che volevo esserci; solo, non avevo nessuna aspettativa riguardo al film che ne sarebbe uscito.

Dopo che abbiamo vissuto in questa bolla incredibilmente emozionante per due settimane, ho cambiato prospettiva completamente. Giravamo per tutto il giorno e poi ci ragionavamo e ne parlavamo per tutta la notte. Abbiamo pianto, abbiamo riso, abbiamo urlato e siamo usciti sbattendo la porta delle rispettive camere e abbiamo vissuto in questo modo davvero intenso per due settimane. Quando abbiamo finito, mi sentivo come se fossi stato in riabilitazione, o qualcosa del genere. È stata un’esperienza chiave. Non avevo idea se potesse trasformarsi o meno in un film apprezzabile. Non pensavo fosse impossibile, ma non ero convinto neanche del contrario. È meglio non pensarci, specialmente quando è stata un’esperienza così profonda e travolgente.

Quando sono arrivate le prime recensioni, e le persone che lo hanno visto l’hanno definito incredibilmente potente, incoraggiante, emozionante e ispirante, è stato come assistere a uno di quei rari eventi miracolosi. Il copione era fantastico e siamo riusciti a costruire questa cosa insieme. Spesso fai la stessa cosa, ma il risultato finale è rovinato e inguardabile. L’effetto che ha avuto su di noi mentre lo giravamo, questo film lo sta avendo anche sul pubblico, il che è bellissimo.

Jason Isaacs (a sinistra) e Martha Plimpton (al centro) interpretano una coppia che ha perso il figlio in una sparatoria nel film ‘Mass.’ Breeda Wool (a destra) compare nel ruolo di una impiegata della parrocchia nella quale mette loro a disposizione una stanza per incontrare i genitori dell’uccisore. Immagine promozionale diffusa da Bleecker Street

Dawson: Sapevi, accettando, che Ann Dowd, Martha Plimpton e Reed Birney erano nel progetto? Ci sono state molte prove?

Isaacs: Non li avevo mai incontrati. Avevo sentito dire che Martha era interessata, ma non sapevo con certezza che avrebbe partecipato. Ho sempre pensato che fosse un’attrice fantastica. Non sapevo che Ann e Reed fossero nel cast. Dopo che ho letto il copione, non m’importava che quei ruoli andassero a Pinco o Pallino o chicchessia. È stata una fortuna in più che fossero affidati a questi attori meravigliosi.

Martha avrebbe voluto fare molte prove. Anche Ann, probabilmente. Martha ci teneva, ma poi ho ottenuto una parte in un film in Australia. Avevamo quindi solo due giorni per provare, a New York. Durante questi due giorni abbiamo a malapena dato una scorsa al copione. Non volevamo programmare quello che sarebbe successo davanti alla telecamera; quello vuoi che venga fuori spontaneamente, ed evolva. Tutte le volte che prendevamo in mano il copione, qualcuno si fermava e raccontava una storia personale. La cosa più utile che abbiamo realizzato in quei due giorni è stata perdere gli strati protettivi che ci si porta dietro quotidianamente. Avevamo bisogno di sentirci come se ci conoscessimo e fidassimo davvero uno dell’altro. Ci siamo resi vulnerabili, così che quando è stato il momento di recitare, ci siamo sentiti liberi di fare qualsiasi cosa e muoverci in qualunque direzione e disfarci di qualsiasi remora.

Ann ha rotto il ghiaccio condividendo alcune difficoltà che stava vivendo in quel momento e questo ha incoraggiato il resto di noi a fare lo stesso. A quel punto ho dovuto abbandonare l’idea di fare l’altro film. Ci eravamo addentrati pochissimo nel copione.

Fran, da talento fenomenale qual è, ci ha lasciato campo libero. Ci ha chiesto se pensavamo ci fosse qualcosa nella sceneggiatura che non ci convincesse, e abbiamo cominciato tutti a buttare giù idee. A proposito di Jay, a un certo punto, ho detto che non se ne sarebbe stato tranquillo ad ascoltare una certa cosa; non gliene sarebbe fregato niente. È lì per aiutare sua moglie, perché dovrebbe stare a sentire quello che (Linda, interpretata dalla Dowd, o Richard, il personaggio di Birney) hanno da dire? Li zittirebbe subito. E Fran mi ha risposto: “Buona osservazione”.

Mi ricordo che ogni sera Martha e io studiavamo per ricostruire la nostra vita fuori dallo schermo – i ricordi di quello che è successo a questa coppia nei precedenti sei anni (dopo l’omicidio del figlio). Quello che è finito sulla pellicola avviene dopo che Gail (il personaggio della Plimpton) comincia a vedere un terapista, e corrisponde a quello che il terapista ha previsto che succeda in quella stanza. Ci sarà stata una lista di cose che lei avrebbe dovuto dire, e di argomenti che avrebbero dovuto evitare. A che punto Jay si è inserito nella terapia? Sarà stato su richiesta di Gail? Tutte queste cose dovevamo costruirle insieme, così quando si sarebbe fatto un riferimento ad esse, o anche qualora non fossero state menzionate affatto in quella stanza, avremmo avuto una base da cui prendere le mosse, quella di una coppia il cui matrimonio è diventato disfunzionale.

Dawson: Sta per uscire altro a cui hai lavorato?

Isaacs: Un mucchio di roba. Una dolcissima storia d’amore intitolata Mrs. Harris Goes To Paris. Poi c’è Operation Mincemeat, una spy-story sulla Seconda Guerra Mondiale diretta da John Madden, e Spinning Gold, che è un fantastico biopic musicale (sul produttore discografico Neil Bogart). E sto per partire per il Canada per girare una serie chiamata Good Sam, un medical drama.