Cercando di essere vero
Articolo originale di Kyle Mullin, pubblicato il 6 ottobre 2021. Ci limitiamo a tradurre il testo per facilitare il pubblico italiano. Tutti i diritti appartengono ai rispettivi proprietari. Siamo disponibili a rimuovere questa nota qualora gli aventi diritto la ritengano lesiva.
Jason Isaacs e gli altri coprotagonisti – Martha Plimpton, Reed Birney e Ann Dowd – stanno ricevendo alcune delle migliori recensioni della loro carriera per Mass, ma l’attore caratterista inglese dubitava che il film potesse avere successo. Questo perché l’autore e regista Fran Kranz ha consegnato loro una sceneggiatura spaventosamente intensa, che parla di due coppie di genitori impegnati a discutere di come uno dei loro figli abbia ucciso l’altro. Inoltre la tecnica dell’esordiente regista è stata molto sottile: un set ridotto all’osso che ospita una storia cupa e fondata sui dialoghi.
Isaacs ricorda di aver pensato: “Dubito che che ne verrà fuori un qualsiasi genere di film. Non credo che gli spettatori potrebbero sperimentare qualcosa di quello che Martha, Reed, Ann e io abbiamo passato”. L’attore ha provato nuovamente un senso di catarsi viscerale ad una recente proiezione del film, che ha ottenuto recensioni entusiaste al Sundance e sta suscitando attesa per la sua prossima uscita al cinema l’8 ottobre.
In una recente intervista telefonica, Isaacs ci ha parlato del valore del guardare un dramma intimista come questo al cinema, nonostante i predominanti blockbuster troppo spesso marginalizzino le piccole produzioni; delle sfide e delle soddisfazioni portate dall’intenso soggetto di Mass; di come sia stato lavorare a questo piccolo ma potente film rispetto ai ruoli in franchise di primo piano come Harry Potter e Star Trek; e molto altro.
Kyle Mullin (Under the Radar): Guardare Mass ieri sera mi ha fatto pensare a quanto sia variegata la tua carriera, che va da ruoli in franchise ad alto budget come Harry Potter e Star Trek a questo nuovo dramma minimalista basato sui personaggi. Come ti fa sentire questo contrasto? Grato, emozionato?
Jason Isaacs: In alcuni momenti della mia vita mi sento grato, in altri no, relativamente a ogni genere di cose. In un certo senso è di questo che parla il film. Ma finché i miei figli sono ben nutriti e vestiti, non mi importa granché se il progetto è piccolo o gigantesco. Mi limito a pensare: “Qual è la storia che sto raccontando? Chi è la persona nei cui panni mi sto muovendo? Cosa ne riceverà il pubblico?”
Poi leggo questo copione e penso: “Gesù, questa storia parla di persone le cui vite sono state distrutte dall’odio e dal risentimento. E di come si stiano ancora macerando nel rancore verso persone che non conoscono nemmeno.”
Sapevo già di questi incontri, che gli incontri di “giustizia riparatrice” vengono organizzati davvero, e che la Commissione Sudafricana per la Verità e la Riconciliazione sta realizzando queste cose in Sudafrica. E morivo dalla voglia di capire come funzionano. Come membro del pubblico, volevo sapere cosa succede dietro queste porte chiuse. Poi ho saputo, appunto, che il film parlava di questo, e quando ho letto il copione mi sono subito reso conto del modo complesso, umano e schietto in cui Fran ha trattato l’argomento.
È vero che si tratta di un film a basso budget, ambientato principalmente in una sola stanza, con pochi personaggi. Ma credo che sia uno dei film più importanti che abbia mai fatto. Mi sembra che l’impatto emotivo, e l’esperienza che fa vivere al pubblico, siano enormi. E quando finisce ti senti esausto, in senso buono, proprio come i personaggi quando escono da quella stanza. È davvero raro che un film riesca a fare questo.
In termini di impatto emotivo, tu e i tuoi colleghi attori mostrate espressioni davvero viscerali nelle scene più drammatiche. Nel tuo modo di lavorare, quanto di ciò è fatto deliberatamente? Le espressioni facciali di un attore, secondo te, sono come uno strumento suonato da un musicista? Oppure non ci pensi affatto, sono un prodotto fisiologico del tuo immergerti autenticamente nelle emozioni del personaggio?
Recitare è una strana professione, ed è abbastanza difficile descriverlo. La teoria è molto semplice, ma è difficile da realizzare. Devi essere un’altra persona. In nessun momento del film io o gli altri stavamo pensando a che aspetto avevamo, se stessimo piangendo o gridando. Stavamo solo cercando di essere veri. Questo film ha richiesto che fossimo più spontanei possibile. Che fossimo presenti. Quindi non c’era nulla che stessi facendo che fosse deliberato e studiato.
In effetti, è stato come perdere contatto con la realtà. Il regista diceva “Ok, taglia, facciamone un’altra” e io pensavo “Che significa? Aspetta, che è successo?”. Quindi no, non abbiamo messo su certe espressioni di proposito.
Dev’essere stato affascinante tornare a casa e vedere il film, dopo tutto questo.
L’ho visto prima con la mia famiglia. Poi l’ho visto per la prima volta in pubblico qualche giorno dopo, a un’anteprima, e sono stato di nuovo travolto, perché è una bestia del tutto diversa quando lo vedi con tante persone. Certe storie sono fatte per essere raccontate in gruppo, sin da quando gli esseri umani hanno cominciato a raccogliersi intorno al fuoco. Questo è un film che parla di connessione, di come riconoscersi come esseri umani e ascoltarsi l’un l’altro.
Il mio personaggio, e ancor più quello di Martha, partono straripanti di un sentimento di risentimento e odio. Ci sta proprio avvelenando, noi e nessun’altro – non certo le persone a cui è rivolto. Quindi, quando l’ho visto in mezzo a un pubblico, mi sono ricordato a che scopo è stato realizzato. Tutti voi che state pensando di andare a vederlo: per favore, fatelo al cinema, perché vi farà sentire meno soli al mondo, e pieni di speranza. Perché è un film davvero, davvero intenso. Ma quando il conflitto finalmente si risolve, per alcuni dei personaggi, ci si sente liberati e confortati. Quando uscirete dalla sala penserete di aver vissuto un’esperienza cruciale. Considerato il budget del film, è davvero un bel risultato.
È interessante sentire difendere il valore di vedere un film drammatico come questo al cinema, data la recente diatriba sul fatto che la gente andrebbe a vedere, ormai, solo i film di supereroi, e sullo streaming che sembra essere il mezzo principe per la fruizione dei film “seri”. Pensi che sia importante avere la possibilità di vedere film come questo sul grande schermo?
Siamo tutti ormai così abituati a vedere i film a casa nostra che rompere questo schema e tornare al cinema non sembra facile. Ma è un po’ come pensare che una cena precotta scaldata al microonde sia gustosa quanto un pasto gourmet preparato con ingredienti freschi. Una volta che assaggi la differenza pensi “Aspetta, in effetti non è proprio lo stesso!”.
Hai nominato Fran poco fa. È incredibile che questo sia il suo debutto alla regia, considerato quanto il film sia ben saldo e costruito. Com’è lavorare con lui, e che prima impressione ti ha fatto?
Sinceramente non sapevo cosa pensare all’inizio delle riprese, perché non sapevo se questo sarebbe diventato un film oppure no. Quello che è riuscito a fare è stato tenere la sua presenza e quella delle telecamere – che poi si è scoperto essere un lavoro estremamente delicato, calibrare i passaggi di messa a fuoco e tutte queste cose di cui noi non avevamo idea – insomma tenere tutto ciò lontano dai nostri pensieri.
In questo modo, quando ripenso alla nostra esperienza, quelle poche settimane che abbiamo passato in questa intensa bolla emotiva, i miei ricordi sono quelli del personaggio, di Jay. Ricordo di aver vissuto una catarsi travolgente, non ricordo cosa faceva intanto Fran. E quando abbiamo finito, mi ricordo di aver pensato: “Dubito che che ne verrà fuori un qualsiasi genere di film. Non credo che gli spettatori potrebbero sperimentare qualcosa di quello che Martha, Reed, Ann e io abbiamo passato”.
Poi, un po’ alla volta, abbiamo cominciato a ricevere i commenti degli addetti ai lavori, e poi le recensioni del Sundance. È stato chiaro a quel punto che Fran aveva realizzato qualcosa di miracoloso. A prescindere dall’esperienza che può avere alle spalle, chiunque faccia un film su quattro persone chiuse in una stanza a fare i conti con rabbia e vergogna – e che prende una direzione inaspettata, e consegni al pubblico questa massiccia esperienza, deve essere un regista incredibile. Ne ho avuto la prova anch’io come spettatore.
Perciò, quando mi chiedi che tipo di regista è, la prova è nel risultato. Questo film è l’esordio di un grande talento sia della scrittura che della regia.
La critica ha lodato non solo la sceneggiatura e la regia, ma anche la tua performance e quella dei tuoi colleghi. Com’era la vostra chimica?
È buffo, quando si parla di performance. Ci hanno dato da interpretare questi personaggi ben delineati, tridimensionali e originali, così pieni di emozioni che vengono fuori da sole. Così, a noi attori viene dato il merito del complesso lavoro di Fran. Forse perché abbiamo tanta esperienza – io lo faccio da trent’anni ormai, questo mestiere. E questa nostra esperienza, di tutto quello che avevamo fatto prima, ha avuto un suo ruolo, ma è anche stata messa da parte. Volevamo semplicemente essere onesti e reali, ognuno con l’altro e per l’altro.
Poteva anche non funzionare, immagino. Ma quando ci siamo incontrati abbiamo capito che dovevamo creare un clima di confidenza e fiducia, per portare al massimo livello l’esperienza e dare il massimo noi stessi. Il risultato è una performance, ma da un certo punto di vista è anche reale. Il pianto, la tristezza e la disperazione, il furore, il compromesso: dovevamo essere sicuri di conoscerci abbastanza bene per provare quelle emozioni senza nessun autocontrollo. Quindi ci siamo incontrati e abbiamo parlato delle nostre vite, non solo dei nostri personaggi. Ci ha aiutato a spogliarci delle nostre difese, così che potessimo vedere davvero chi avevamo di fronte.
Ci siamo trovati, a quanto pare: fuori dal set abbiamo scherzato e riso come pazzi, probabilmente perché lacrime e risa sono separate da una linea sottile. Ma non uscivamo mai del tutto dai nostri personaggi. Alla fine della giornata tornavamo al nostro hotel e discutevamo, non di quello che avremmo fatto in scena il giorno dopo, ma dei sottintesi della trama e del loro significato. Il personaggio di Martha doveva sapere cosa aveva scritto nelle lettere a quello di Ann. Martha e io dovevamo essere ben coscienti di quello che ci aveva detto il terapista, a proposito dei confini da mettere al nostro incontro con gli altri.
E insomma mi sono innamorato di questi tre, i miei coprotagonisti, tra un litigio e l’altro – perché le emozioni scorrevano a fiumi. Certe volte uscivamo dalla camera di qualcun altro sbattendo la porta. Sono successe un mucchio di cose, insomma. Ma siamo diventati una singola unità. E quando abbiamo finito le riprese, beh… Quando sei giovane spesso ti pesa il momento degli addii, ma io lo faccio da tanto, di solito mi riprendo abbastanza in fretta. Stavolta però è stato diverso. È stata dura salutarsi, alla fine. Avevamo creato questa bolla e tenuto fuori il resto del mondo, quindi è stato strano e difficile partire.
Impegnativo, quindi, ma anche molto speciale.
Sì, esatto. Storie così sono molto, molto rare. Non ho mai visto un film come questo, non uno che parli dello stesso argomento: persone che si odiano che però si incontrano in questo modo. E non ho mai visto un film di sole quattro persone in una stanza che sganci una bomba di questa portata. Quindi sì, è stato del tutto straordinario.

N.d.A: Mass è uscito al cinema negli USA l’8 ottobre, ed è stato presentato a diversi festival cinematografici, tra cui quello di Londra, il 12 ottobre. Sky UK ha annunciato la distribuzione al cinema e sui suoi canali a partire dal 20 gennaio 2022. Nessuna notizia ancora sulla distribuzione in Italia, ma la critica è unanime nel definirlo un film eccezionale, e diverse riviste autorevoli ritengono probabile che l’Academy gli conferirà delle nomination ai prossimi Oscar per la sceneggiatura, la regia e le interpretazioni dei quattro protagonisti, quindi non ci resta che incrociare le dita!
