Intervista tradotta: Jason Isaacs sul nuovo, potente film drammatico “Mass”

Cercando di essere vero
   

Articolo originale di Kyle Mullin, pubblicato il 6 ottobre 2021. Ci limitiamo a tradurre il testo per facilitare il pubblico italiano. Tutti i diritti appartengono ai rispettivi proprietari. Siamo disponibili a rimuovere questa nota qualora gli aventi diritto la ritengano lesiva.



Jason Isaacs e gli altri coprotagonisti – Martha Plimpton, Reed Birney e Ann Dowd – stanno ricevendo alcune delle migliori recensioni della loro carriera per Mass, ma l’attore caratterista inglese dubitava che il film potesse avere successo. Questo perché l’autore e regista Fran Kranz ha consegnato loro una sceneggiatura spaventosamente intensa, che parla di due coppie di genitori impegnati a discutere di come uno dei loro figli abbia ucciso l’altro. Inoltre la tecnica dell’esordiente regista è stata molto sottile: un set ridotto all’osso che ospita una storia cupa e fondata sui dialoghi.

Isaacs ricorda di aver pensato: “Dubito che che ne verrà fuori un qualsiasi genere di film. Non credo che gli spettatori potrebbero sperimentare qualcosa di quello che Martha, Reed, Ann e io abbiamo passato”. L’attore ha provato nuovamente un senso di catarsi viscerale ad una recente proiezione del film, che ha ottenuto recensioni entusiaste al Sundance e sta suscitando attesa per la sua prossima uscita al cinema l’8 ottobre.

In una recente intervista telefonica, Isaacs ci ha parlato del valore del guardare un dramma intimista come questo al cinema, nonostante i predominanti blockbuster troppo spesso marginalizzino le piccole produzioni; delle sfide e delle soddisfazioni portate dall’intenso soggetto di Mass; di come sia stato lavorare a questo piccolo ma potente film rispetto ai ruoli in franchise di primo piano come Harry Potter e Star Trek; e molto altro.

Kyle Mullin (Under the Radar): Guardare Mass ieri sera mi ha fatto pensare a quanto sia variegata la tua carriera, che va da ruoli in franchise ad alto budget come Harry Potter e Star Trek a questo nuovo dramma minimalista basato sui personaggi. Come ti fa sentire questo contrasto? Grato, emozionato?            

Jason Isaacs: In alcuni momenti della mia vita mi sento grato, in altri no, relativamente a ogni genere di cose. In un certo senso è di questo che parla il film. Ma finché i miei figli sono ben nutriti e vestiti, non mi importa granché se il progetto è piccolo o gigantesco. Mi limito a pensare: “Qual è la storia che sto raccontando? Chi è la persona nei cui panni mi sto muovendo? Cosa ne riceverà il pubblico?”

Poi leggo questo copione e penso: “Gesù, questa storia parla di persone le cui vite sono state distrutte dall’odio e dal risentimento. E di come si stiano ancora macerando nel rancore verso persone che non conoscono nemmeno.”

Sapevo già di questi incontri, che gli incontri di “giustizia riparatrice” vengono organizzati davvero, e che la Commissione Sudafricana per la Verità e la Riconciliazione sta realizzando queste cose in Sudafrica. E morivo dalla voglia di capire come funzionano. Come membro del pubblico, volevo sapere cosa succede dietro queste porte chiuse. Poi ho saputo, appunto, che il film parlava di questo, e quando ho letto il copione mi sono subito reso conto del modo complesso, umano e schietto in cui Fran ha trattato l’argomento. 

È vero che si tratta di un film a basso budget, ambientato principalmente in una sola stanza, con pochi personaggi. Ma credo che sia uno dei film più importanti che abbia mai fatto. Mi sembra che l’impatto emotivo, e l’esperienza che fa vivere al pubblico, siano enormi. E quando finisce ti senti esausto, in senso buono, proprio come i personaggi quando escono da quella stanza. È davvero raro che un film riesca a fare questo. 

In termini di impatto emotivo, tu e i tuoi colleghi attori mostrate espressioni davvero viscerali nelle scene più drammatiche. Nel tuo modo di lavorare, quanto di ciò è fatto deliberatamente? Le espressioni facciali di un attore, secondo te, sono come uno strumento suonato da un musicista? Oppure non ci pensi affatto, sono un prodotto fisiologico del tuo immergerti autenticamente nelle emozioni del personaggio?

Recitare è una strana professione, ed è abbastanza difficile descriverlo. La teoria è molto semplice, ma è difficile da realizzare. Devi essere un’altra persona. In nessun momento del film io o gli altri stavamo pensando a che aspetto avevamo, se stessimo piangendo o gridando. Stavamo solo cercando di essere veri. Questo film ha richiesto che fossimo più spontanei possibile. Che fossimo presenti. Quindi non c’era nulla che stessi facendo che fosse deliberato e studiato.

In effetti, è stato come perdere contatto con la realtà. Il regista diceva “Ok, taglia, facciamone un’altra” e io pensavo “Che significa? Aspetta, che è successo?”. Quindi no, non abbiamo messo su certe espressioni di proposito.

Dev’essere stato affascinante tornare a casa e vedere il film, dopo tutto questo

L’ho visto prima con la mia famiglia. Poi l’ho visto per la prima volta in pubblico qualche giorno dopo, a un’anteprima, e sono stato di nuovo travolto, perché è una bestia del tutto diversa quando lo vedi con tante persone. Certe storie sono fatte per essere raccontate in gruppo, sin da quando gli esseri umani hanno cominciato a raccogliersi intorno al fuoco. Questo è un film che parla di connessione, di come riconoscersi come esseri umani e ascoltarsi l’un l’altro.

Il mio personaggio, e ancor più quello di Martha, partono straripanti di un sentimento di risentimento e odio. Ci sta proprio avvelenando, noi e nessun’altro – non certo le persone a cui è rivolto. Quindi, quando l’ho visto in mezzo a un pubblico, mi sono ricordato a che scopo è stato realizzato. Tutti voi che state pensando di andare a vederlo: per favore, fatelo al cinema, perché vi farà sentire meno soli al mondo, e pieni di speranza. Perché è un film davvero, davvero intenso. Ma quando il conflitto finalmente si risolve, per alcuni dei personaggi, ci si sente liberati e confortati. Quando uscirete dalla sala penserete di aver vissuto un’esperienza cruciale. Considerato il budget del film, è davvero un bel risultato.

È interessante sentire difendere il valore di vedere un film drammatico come questo al cinema, data la recente diatriba sul fatto che la gente andrebbe a vedere, ormai, solo i film di supereroi, e sullo streaming che sembra essere il mezzo principe per la fruizione dei film “seri”. Pensi che sia importante avere la possibilità di vedere film come questo sul grande schermo?

Siamo tutti ormai così abituati a vedere i film a casa nostra che rompere questo schema e tornare al cinema non sembra facile. Ma è un po’ come pensare che una cena precotta scaldata al microonde sia gustosa quanto un pasto gourmet preparato con ingredienti freschi. Una volta che assaggi la differenza pensi “Aspetta, in effetti non è proprio lo stesso!”.

Hai nominato Fran poco fa. È incredibile che questo sia il suo debutto alla regia, considerato quanto il film sia ben saldo e costruito. Com’è lavorare con lui, e che prima impressione ti ha fatto?

Sinceramente non sapevo cosa pensare all’inizio delle riprese, perché non sapevo se questo sarebbe diventato un film oppure no. Quello che è riuscito a fare è stato tenere la sua presenza e quella delle telecamere – che poi si è scoperto essere un lavoro estremamente delicato, calibrare i passaggi di messa a fuoco e tutte queste cose di cui noi non avevamo idea – insomma tenere tutto ciò lontano dai nostri pensieri.

In questo modo, quando ripenso alla nostra esperienza, quelle poche settimane che abbiamo passato in questa intensa bolla emotiva, i miei ricordi sono quelli del personaggio, di Jay. Ricordo di aver vissuto una catarsi travolgente, non ricordo cosa faceva intanto Fran. E quando abbiamo finito, mi ricordo di aver pensato: “Dubito che che ne verrà fuori un qualsiasi genere di film. Non credo che gli spettatori potrebbero sperimentare qualcosa di quello che Martha, Reed, Ann e io abbiamo passato”.

Poi, un po’ alla volta, abbiamo cominciato a ricevere i commenti degli addetti ai lavori, e poi le recensioni del Sundance. È stato chiaro a quel punto che Fran aveva realizzato qualcosa di miracoloso. A prescindere dall’esperienza che può avere alle spalle, chiunque faccia un film su quattro persone chiuse in una stanza a fare i conti con rabbia e vergogna – e che prende una direzione inaspettata, e consegni al pubblico questa massiccia esperienza, deve essere un regista incredibile. Ne ho avuto la prova anch’io come spettatore.

Perciò, quando mi chiedi che tipo di regista è, la prova è nel risultato. Questo film è l’esordio di un grande talento sia della scrittura che della regia.

La critica ha lodato non solo la sceneggiatura e la regia, ma anche la tua performance e quella dei tuoi colleghi. Com’era la vostra chimica?

È buffo, quando si parla di performance. Ci hanno dato da interpretare questi personaggi ben delineati, tridimensionali e originali, così pieni di emozioni che vengono fuori da sole. Così, a noi attori viene dato il merito del complesso lavoro di Fran. Forse perché abbiamo tanta esperienza – io lo faccio da trent’anni ormai, questo mestiere. E questa nostra esperienza, di tutto quello che avevamo fatto prima, ha avuto un suo ruolo, ma è anche stata messa da parte. Volevamo semplicemente essere onesti e reali, ognuno con l’altro e per l’altro.

Poteva anche non funzionare, immagino. Ma quando ci siamo incontrati abbiamo capito che dovevamo creare un clima di confidenza e fiducia, per portare al massimo livello l’esperienza e dare il massimo noi stessi. Il risultato è una performance, ma da un certo punto di vista è anche reale. Il pianto, la tristezza e la disperazione, il furore, il compromesso: dovevamo essere sicuri di conoscerci abbastanza bene per provare quelle emozioni senza nessun autocontrollo. Quindi ci siamo incontrati e abbiamo parlato delle nostre vite, non solo dei nostri personaggi. Ci ha aiutato a spogliarci delle nostre difese, così che potessimo vedere davvero chi avevamo di fronte.

Ci siamo trovati, a quanto pare: fuori dal set abbiamo scherzato e riso come pazzi, probabilmente perché lacrime e risa sono separate da una linea sottile. Ma non uscivamo mai del tutto dai nostri personaggi. Alla fine della giornata tornavamo al nostro hotel e discutevamo, non di quello che avremmo fatto in scena il giorno dopo, ma dei sottintesi della trama e del loro significato. Il personaggio di Martha doveva sapere cosa aveva scritto nelle lettere a quello di Ann. Martha e io dovevamo essere ben coscienti di quello che ci aveva detto il terapista, a proposito dei confini da mettere al nostro incontro con gli altri.

E insomma mi sono innamorato di questi tre, i miei coprotagonisti, tra un litigio e l’altro – perché le emozioni scorrevano a fiumi. Certe volte uscivamo dalla camera di qualcun altro sbattendo la porta. Sono successe un mucchio di cose, insomma. Ma siamo diventati una singola unità. E quando abbiamo finito le riprese, beh… Quando sei giovane spesso ti pesa il momento degli addii, ma io lo faccio da tanto, di solito mi riprendo abbastanza in fretta. Stavolta però è stato diverso. È stata dura salutarsi, alla fine. Avevamo creato questa bolla e tenuto fuori il resto del mondo, quindi è stato strano e difficile partire. 

Impegnativo, quindi, ma anche molto speciale. 

Sì, esatto. Storie così sono molto, molto rare. Non ho mai visto un film come questo, non uno che parli dello stesso argomento: persone che si odiano che però si incontrano in questo modo. E non ho mai visto un film di sole quattro persone in una stanza che sganci una bomba di questa portata. Quindi sì, è stato del tutto straordinario. 

N.d.A: Mass è uscito al cinema negli USA l’8 ottobre, ed è stato presentato a diversi festival cinematografici, tra cui quello di Londra, il 12 ottobre. Sky UK ha annunciato la distribuzione al cinema e sui suoi canali a partire dal 20 gennaio 2022. Nessuna notizia ancora sulla distribuzione in Italia, ma la critica è unanime nel definirlo un film eccezionale, e diverse riviste autorevoli ritengono probabile che l’Academy gli conferirà delle nomination ai prossimi Oscar per la sceneggiatura, la regia e le interpretazioni dei quattro protagonisti, quindi non ci resta che incrociare le dita!

Intervista tradotta: Jason Isaacs esplora dolore e senso di colpa genitoriali nel film drammatico “Mass”

Articolo originale di Angela Dawson pubblicato il 7/10/2021. Ci limitiamo a tradurre il testo per facilitare il pubblico italiano. Tutti i diritti appartengono ai rispettivi proprietari. Siamo disponibili a rimuovere questa nota qualora gli aventi diritto la ritengano lesiva.

Mentre il tema delle sparatorie scolastiche torna purtroppo in testa ai giornali, le conseguenze di queste terribili tragedie e il loro impatto sulle famiglie coinvolte è al centro dell’intenso e coinvolgente film drammatico Mass, in uscita nei cinema americani l’8 ottobre.

Scritto e diretto da Fran Kranz, attore diventato regista, Mass ci racconta di due coppie che hanno accettato di incontrarsi in un luogo neutrale (la sala riunioni di una parrocchia) per parlare aperamente di quanto è successo sei anni prima: una sparatoria nella scuola dei loro figli, della quale uno è stato l’artefice, e l’altro una delle dieci vittime. Nel film Jason Isaacs (famoso per aver recitato nei film di Harry Potter) e Martha Plimpton (nota per la serie Fox Aiutaci, Hope) interpretano i genitori del ragazzo ucciso, e il noto attore di Broadway Reed Birney e l’attrice Ann Dowd (conosciuta per la serie HBO The Leftovers) hanno il ruolo dei genitori del teenager che ha commesso suicidio dopo il suo raptus omicida alla scuola superiore locale.

Il film di debutto di Kranz porta gli spettatori in un viaggio scomodo, ma profondamente coinvolgente, attraverso l’esternazione delle emozioni a lungo represse di questi quattro adulti: lutto, rabbia, senso di colpa e diniego. Nella lunga conversazione in quella spoglia sala, l’impatto persistente della tragedia sulle loro vite, i loro matrimoni e le loro famiglie viene rivelato.

Dopo il debutto al Sundance Film Festival all’inizio dell’anno e le seguenti recensioni positive, Mass sta per essere distribuito al cinema dall’agenzia Bleecker Street.

Isaacs interpreta Jay, che accetta di partecipare all’incontro su esortazione del terapista di sua moglie. L’attore afferma che anche se il soggetto del film può sembrare cupo, lui vede nella pellicola, in ultima analisi, un segnale di speranza.

“è un appello alla connessione tra esseri umani”, ci dice al telefono l’attore inglese. “Il film si ispira alla Commissione Sudafricana per la Verità e la Riconciliazione e al suo ideale di giustizia rivitalizzante. La Commissione si è formata perché desidera un cambiamento, vuole spezzare la paralisi della situazione, e a quanto pare sta funzionando abbastanza bene.”

Angela Dawson: Cosa ne pensi di questa storia?

Jason Isaacs: è davvero una storia di speranza. Senza svelarvi troppo, posso dirvi che quando ho visto il film finito insieme a un pubblico – perché l’ho visto anche altre volte per conto mio – ha provocato una certa commozione. Rivederlo mi ha ricordato che il finale offre una via d’uscita dalle tenebre, ho potuto sentire i sospiri di sollievo. Non è quel genere di redenzione in stile hollywoodiano, afferma però che un cambiamento e un progresso sono possibili.

Dawson: Vedere il film mi ha fatto pensare al peso emotivo dei bambini quando sono tornati a scuola dopo un anno di studio a distanza. Ci si rende conto non solo dello stato di salute dei propri figli, ma anche di quello degli altri ragazzi della classe.

Isaacs: Per me, il film non ha quasi nulla a che fare con la scuola o le sparatorie. Parla di colpa. Queste persone sono distrutte, paralizzate dal loro bagaglio emotivo. Sono tenuti in scacco dalla rabbia, da una furia istintiva o da sentimenti non processati di vergogna, senso di colpa e odio. (Il mio personaggio) Jay ha cercato di ridare un senso alla sua vita incanalando il dolore nell’attivismo. È il tipo di uomo che ricerca una soluzione al di fuori di se stesso. È successo qualcosa di orribile, qualcosa di incomprensibile, e lui ha dovuto farci i conti. Quindi ha intenzione di darsi da fare e cambiare qualche legge. Ha intenzione di cambiare la definizione di salute mentale. Ha intenzione di fare un sacco di cose, perché pensa di essere al di sopra di quell’incasinata faccenda umana che è il processo di accettazione.

È soprattutto preoccupato per sua moglie. Pensa che sua moglie abbia bisogno di aiuto, perché il suo terapista ha detto loro di fare questo incontro. Il punto è: a cosa si può riparare, e come. Si ritrovano in quella stanza perché vogliono che la loro vita migliori.

Secondo me, questo non ha nulla a che fare con l’incidente avvenuto anni prima, dipende invece completamente da questo mondo diviso in fazioni in cui viviamo. L’America è spezzata. L’Inghilterra è spezzata. Le persone sono separate una dall’altra, non solo all’interno della nazione, ma all’interno delle stesse famiglie – che sia per colpa della politica o dei vaccini.

Dawson: Cosa pensi voglia comunicare Fran Kranz al pubblico? Qual è il messaggio?

Isaacs: Non è un film con la morale: è un dramma. L’ho visto l’altra sera con altre persone e le ha intrigate per tutto il tempo. Vuoi sapere come andrà a finire, ma in realtà uno dei suoi effetti, sperabilmente, è farci vedere l’un l’altro come esseri umani. Abbiamo bisogno di riconoscerci in quanto tali. Punto. Ci scaviamo queste trincee e viviamo in camere stagne, e ci rintaniamo così bene che non riusciamo più a vedere fuori. Secondo me il film riguarda questo, non quello che è successo loro sei anni prima. Poteva essere un incidente causato dall’alcool, o qualcos’altro.

La questione è: come potranno mai risvegliarsi e ritrovarsi l’un l’altro, come coppia sposata? Come potranno tornare a essere presenti, e come potranno guardare al futuro? La risposta è che tutto questo è possibile, qualunque tragedia possa capitare. Alcuni sono usciti dall’Olocausto e si sono ricostruiti vite appaganti e piene, altri ne sono usciti e si sono suicidati. Che differenza c’era tra loro? Cosa hanno fatto di diverso, di positivo, e come possiamo farlo noi, oggi? È questa la domanda che pone il film.

Dawson: Hai voluto partecipare al film appena hai ricevuto il copione di Fran Kranz?

Isaacs: Sì. Assolutamente. Parlava di conflitto. Un gruppo di adulti entra in una stanza, e alcuni ne escono cambiati, chi più, chi meno. Hanno molte ragioni per essere sospettosi e pensano di avere i loro buoni motivi per odiare gli altri, cercare di tenerli a distanza e manipolarli, e nulla di tutto questo va secondo i loro piani. Quello che emerge è molto più umano di quanto nessuno di loro avrebbe mai immaginato. Questo aspetto è chiaro fin dall’inizio.

Dawson: Nessun dubbio?

Isaacs: Sentivo due cose, in conflitto tra loro: una è che (Kranz) è un pazzo. Chi proverebbe a fare un film del genere? Cosa lo fa pensare che potrebbe funzionare per il pubblico? E poi non ero sicuro di farcela. Non sapevo se sarei stato capace di portare in vita così realisticamente e onestamente una storia così schietta perché, come attore, tu scavi nella tua borsa degli attrezzi e così facendo rimodelli i pensieri che credi debba avere il personaggio. Anche Ann, Martha e Reed sentivano queste stesse cose. Dovevamo mettere da parte questo modo di lavorare e in qualche modo lasciar parlare onestamente questi personaggi attraverso di noi. È molto raro che io mi senta spaventato o eccitato per un ruolo, perché è raro ormai che mi si presenti una nuova sfida. Quindi, sapevo che volevo esserci; solo, non avevo nessuna aspettativa riguardo al film che ne sarebbe uscito.

Dopo che abbiamo vissuto in questa bolla incredibilmente emozionante per due settimane, ho cambiato prospettiva completamente. Giravamo per tutto il giorno e poi ci ragionavamo e ne parlavamo per tutta la notte. Abbiamo pianto, abbiamo riso, abbiamo urlato e siamo usciti sbattendo la porta delle rispettive camere e abbiamo vissuto in questo modo davvero intenso per due settimane. Quando abbiamo finito, mi sentivo come se fossi stato in riabilitazione, o qualcosa del genere. È stata un’esperienza chiave. Non avevo idea se potesse trasformarsi o meno in un film apprezzabile. Non pensavo fosse impossibile, ma non ero convinto neanche del contrario. È meglio non pensarci, specialmente quando è stata un’esperienza così profonda e travolgente.

Quando sono arrivate le prime recensioni, e le persone che lo hanno visto l’hanno definito incredibilmente potente, incoraggiante, emozionante e ispirante, è stato come assistere a uno di quei rari eventi miracolosi. Il copione era fantastico e siamo riusciti a costruire questa cosa insieme. Spesso fai la stessa cosa, ma il risultato finale è rovinato e inguardabile. L’effetto che ha avuto su di noi mentre lo giravamo, questo film lo sta avendo anche sul pubblico, il che è bellissimo.

Jason Isaacs (a sinistra) e Martha Plimpton (al centro) interpretano una coppia che ha perso il figlio in una sparatoria nel film ‘Mass.’ Breeda Wool (a destra) compare nel ruolo di una impiegata della parrocchia nella quale mette loro a disposizione una stanza per incontrare i genitori dell’uccisore. Immagine promozionale diffusa da Bleecker Street

Dawson: Sapevi, accettando, che Ann Dowd, Martha Plimpton e Reed Birney erano nel progetto? Ci sono state molte prove?

Isaacs: Non li avevo mai incontrati. Avevo sentito dire che Martha era interessata, ma non sapevo con certezza che avrebbe partecipato. Ho sempre pensato che fosse un’attrice fantastica. Non sapevo che Ann e Reed fossero nel cast. Dopo che ho letto il copione, non m’importava che quei ruoli andassero a Pinco o Pallino o chicchessia. È stata una fortuna in più che fossero affidati a questi attori meravigliosi.

Martha avrebbe voluto fare molte prove. Anche Ann, probabilmente. Martha ci teneva, ma poi ho ottenuto una parte in un film in Australia. Avevamo quindi solo due giorni per provare, a New York. Durante questi due giorni abbiamo a malapena dato una scorsa al copione. Non volevamo programmare quello che sarebbe successo davanti alla telecamera; quello vuoi che venga fuori spontaneamente, ed evolva. Tutte le volte che prendevamo in mano il copione, qualcuno si fermava e raccontava una storia personale. La cosa più utile che abbiamo realizzato in quei due giorni è stata perdere gli strati protettivi che ci si porta dietro quotidianamente. Avevamo bisogno di sentirci come se ci conoscessimo e fidassimo davvero uno dell’altro. Ci siamo resi vulnerabili, così che quando è stato il momento di recitare, ci siamo sentiti liberi di fare qualsiasi cosa e muoverci in qualunque direzione e disfarci di qualsiasi remora.

Ann ha rotto il ghiaccio condividendo alcune difficoltà che stava vivendo in quel momento e questo ha incoraggiato il resto di noi a fare lo stesso. A quel punto ho dovuto abbandonare l’idea di fare l’altro film. Ci eravamo addentrati pochissimo nel copione.

Fran, da talento fenomenale qual è, ci ha lasciato campo libero. Ci ha chiesto se pensavamo ci fosse qualcosa nella sceneggiatura che non ci convincesse, e abbiamo cominciato tutti a buttare giù idee. A proposito di Jay, a un certo punto, ho detto che non se ne sarebbe stato tranquillo ad ascoltare una certa cosa; non gliene sarebbe fregato niente. È lì per aiutare sua moglie, perché dovrebbe stare a sentire quello che (Linda, interpretata dalla Dowd, o Richard, il personaggio di Birney) hanno da dire? Li zittirebbe subito. E Fran mi ha risposto: “Buona osservazione”.

Mi ricordo che ogni sera Martha e io studiavamo per ricostruire la nostra vita fuori dallo schermo – i ricordi di quello che è successo a questa coppia nei precedenti sei anni (dopo l’omicidio del figlio). Quello che è finito sulla pellicola avviene dopo che Gail (il personaggio della Plimpton) comincia a vedere un terapista, e corrisponde a quello che il terapista ha previsto che succeda in quella stanza. Ci sarà stata una lista di cose che lei avrebbe dovuto dire, e di argomenti che avrebbero dovuto evitare. A che punto Jay si è inserito nella terapia? Sarà stato su richiesta di Gail? Tutte queste cose dovevamo costruirle insieme, così quando si sarebbe fatto un riferimento ad esse, o anche qualora non fossero state menzionate affatto in quella stanza, avremmo avuto una base da cui prendere le mosse, quella di una coppia il cui matrimonio è diventato disfunzionale.

Dawson: Sta per uscire altro a cui hai lavorato?

Isaacs: Un mucchio di roba. Una dolcissima storia d’amore intitolata Mrs. Harris Goes To Paris. Poi c’è Operation Mincemeat, una spy-story sulla Seconda Guerra Mondiale diretta da John Madden, e Spinning Gold, che è un fantastico biopic musicale (sul produttore discografico Neil Bogart). E sto per partire per il Canada per girare una serie chiamata Good Sam, un medical drama.